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Soldi nella cuccia del cane, Monica Cirinnà reclama i 24mila euro: «Saranno dati in beneficenza». Ma per il giudice non ne ha diritto

Il giallo delle banconote trovate nella residenza toscana della senatrice Pd

Soldi nella cuccia del cane, Monica Cirinnà reclama i 24mila euro: «Saranno dati in beneficenza». Ma per il giudice non ne ha diritto
di Valeria Di Corrado
6 Minuti di Lettura
Giovedì 4 Agosto 2022, 22:09 - Ultimo aggiornamento: 6 Agosto, 01:35

Era stato il giallo dell’estate 2021 e ora, a distanza di un anno esatto, torna a far parlare di sé il “tesoro” nascosto nella cuccia del cane della coppia di politici dem, Esterino Montino e Monica Cirinnà. La senatrice del Pd, infatti, “batte cassa” e reclama i 24mila euro in contanti che erano stati ritrovati nella sua proprietà: la CapalBiofattoria, un’azienda agricola e vitivinicola immersa nella Maremma toscana, a pochi chilometri dalla meta prediletta della sinistra radical-chic per le vacanze. Di fronte al polverone mediatico che si era sollevato dopo la scoperta del denaro, i coniugi avevano preso letteralmente le distanze, precisando che la cuccia era lontana dalla loro casa e che forse quelle 48 banconote, da 500 euro l’una, erano state occultate lì da spacciatori nordafricani. Ipotesi scartata fin dall’inizio dagli inquirenti, visto che chi compra una dose di droga usa tagli da 20-50 euro. I sospetti erano ricaduti (senza però trovare conferma) anche sul fratello della senatrice, Claudio Cirinnà, che frequentava la tenuta e che il 7 luglio 2020 era stato arrestato per usura. Lo scorso febbraio, la Corte d’appello di Roma ha ridotto la pena a 3 anni, facendo cadere l’accusa di autoriciclaggio, e ha assolto il figlio Riccardo (nipote della Cirinnà).

Cirinnà e Montino, 24mila euro nella cuccia del cane. Il pm chiede l'archiviazione: «Nessun reato»

Le 48 banconote da 500 euro

Il 18 agosto scorso Fabio Montino, il maggiore dei 4 figli del sindaco di Fiumicino, stava demolendo insieme a un altro dipendente dell’azienda la cuccia (ormai disabitata) che circa 8 anni prima aveva fatto costruire suo padre, per dare un rifugio a una cagna randagia e ai suoi cuccioli. Al terzo colpo dell’escavatore, erano volate in aria - come in un film - le banconote, arrotolate e legate con degli elastici, nascoste tra le assi in legno, non si sa da chi e quanto tempo prima. La cosa certa è che dal primo gennaio del 2019 il taglio da 500 euro non viene più stampato, ma può essere cambiato in banca. Quindi, sono soldi ancora in corso di validità. «Pensavo fossero finti», aveva spiegato Montino junior ai carabinieri di Capalbio, dopo aver telefonato al padre e alla moglie del padre, di ritorno da Roma dove avevano partecipato ai funerali dell’amico avvocato Luca Petrucci. I militari avevano sequestrato la somma, senza trovare più tracce della cuccia. «Siamo felici che quel denaro, molto probabilmente frutto di qualche reato compiuto da malviventi, sarà nella disponibilità del Fondo unico per la giustizia», avevano scritto in una nota Montino e Cirinnà.

 

Indagine penale archiviata

Dopo aver interpellato anche la Banca d’Italia per cercare di capire attraverso quali mani fossero passati quei contanti, lo scorso 28 marzo il sostituto procuratore di Grosseto Giampaolo Melchionna è stato costretto a chiedere l’archiviazione dell’indagine per riciclaggio (contro ignoti), non essendo riuscito a dimostrare la provenienza illecita dei 24mila euro. Ma, inaspettatamente, il 4 maggio la senatrice del Pd si è fatta avanti e, tramite l’avvocato Giovanni Gori, ha chiesto al gip di «disporre la restituzione» della somma in suo favore, opponendosi alla confisca chiesta dal pm. «Ai sensi dell’articolo 932 del codice civile il “tesoro”, inteso come qualunque cosa mobile di pregio di cui nessuno può provare d’essere proprietario, appartiene - si legge nell’istanza della Cirinnà - al proprietario del fondo in cui si trova». Quindi, dato che la senatrice è legale rappresentante di CapalBiofattoria, secondo il suo legale, spetterebbero a lei. In vista dell’udienza dello scorso 6 giugno, la senatrice ha reiterato la richiesta del denaro, specificando (questa volta) di volerlo devolvere all’associazione antiviolenza “Olymbia De Gouges”.

La controversia civile

Secondo il giudice delle indagini preliminari di Grosseto, però, «la richiesta di restituzione della Cirinnà non può essere accolta, poiché opera in questo caso la disciplina delle cose ritrovate». Peraltro - spiega nel provvedimento del 20 giugno - anche se si fosse trattato del ritrovamento di un tesoro, «esso spetta solo per metà al proprietario del fondo e per metà al ritrovatore: in questo caso, a Fabio Montino e all’operaio Fabio Rosati, per la quota di un quarto ciascuno». «Vi è senz’altro una situazione di controversia sulla proprietà - ha concluso quindi il gip Sergio Compagnucci - che dovrà essere risolta dal giudice civile», in quanto Rosati non ha rinunciato alla sua quota, dicendo in udienza: «Certo, qualche cosetta...». Intanto le banconote contese restano sotto sequestro. Ora sta alla senatrice decidere se fare causa al figlio di suo marito e al suo operaio. Già dopo il ritrovamento delle banconote, avevano fatto discutere le sue dichiarazioni “a caldo” nei confronti della sua cameriera, «strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps», che «ci ha lasciati da un momento all’altro, dicendo: “Me ne vado perché mi annoio a stare da sola col cane”». Lo stesso, forse, che ha traslocato dalla cuccia da 24mila euro. Insomma, la vicenda di questo “tesoro” resta un giallo. Forse, l’unico che sa la verità su quelle mazzette di denaro è proprio il pastore maremmano, Orso. 

La replica della senatrice

Caro Direttore, da quasi un anno spiego a chiunque che la cuccia di Orso, in disuso da anni, era ai margini della nostra proprietà, in un luogo aperto al pubblico transito, non visibile dalla nostra abitazione e a ridosso della strada provinciale. Non ho mai detto che “il tesoro” fosse mio e, in tal senso, ritengo scorretto che si usi un titolo falso e fuorviante. Ho semplicemente comunicato attraverso il mio avvocato al giudice, come prevede la legge, cosa avrei fatto in caso i denari mi fossero consegnati.

Non dovuti, perché, appunto, non sono miei. Chi fa informazione sa quanto sia importante la scelta delle parole. Ho detto chiaramente il perché ho chiesto che mi fossero consegnati: quei soldi sarebbero andati in beneficenza all’Associazione Olympia de Gouges che si occupa di violenza sulle donne nel territorio della bassa Maremma. Omettere questo particolare equivale a fare intendere che voglia tenerli per me; cosa che non è vera.

Sono sinceramente amareggiata per la frase virgolettata che mi viene attribuita, che lede la mia immagine e che io non ho mai pronunciato: «Erano in casa mia, quindi spettano a me». Non è vera, la smentisco categoricamente e conoscendo la sua serietà nel fare informazione le chiedo che venga rettificata. Le confesso anche che sono molto dispiaciuta che l’articolo riporti vicende private della mia famiglia che niente hanno a che vedere con questa storia. Citare mio fratello e mio nipote e le loro vicende giudiziarie, quasi come se le cose fossero collegate, è scorretto. La mia famiglia non è mai stata coinvolta nelle indagini che hanno riguardato quei soldi. Indagine, ribadisco, archiviata. E non è vero che io volessi denunciare nostro figlio Fabio, che è per me appunto un figlio, per avere i soldi rinvenuti nella nostra proprietà. Purtroppo, questo articolo sta generando un’ondata di reazioni violente nei confronti della mia persona e della mia famiglia che infangano il mio lavoro e il mio impegno politico.
Monica Cirinnà

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