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Casamonica, la cantina delle torture a Roma: il clan minacciava così chi non pagava il pizzo

Davanti ai giudici il proprietario di uno dei locali più famosi di Ponte Milvio: il ristorante “Dal Tappezziere”

Casamonica, la cantina delle torture: il clan minacciava così chi non pagava il pizzo
di Michela Allegri
2 Minuti di Lettura
Giovedì 21 Luglio 2022, 23:21 - Ultimo aggiornamento: 22 Luglio, 23:12

Quando ha parlato in aula era ancora spaventato. «Mi hanno rubato la macchina, mi hanno picchiato», ha detto. E, soprattutto, ha svelato un retroscena inedito e preoccupante sul clan di origine sinti che per anni ha tenuto sotto scacco la Capitale: «I Casamonica mi hanno detto che se non avessi ubbidito mi avrebbero rinchiuso nella cantina delle torture che usano alla Romanina per convincere i debitori a pagare». A parlare in aula, davanti ai giudici della VII sezione collegiale e rispondendo alle domande della pm Giulia Guccione, è il proprietario di uno dei locali più famosi di Ponte Milvio: il ristorante “Dal Tappezziere”. A suo dire, l’obiettivo di due componenti del clan, Antonio e Guerino Casamonica - il primo è uno dei protagonisti del raid al Roxy bar - era trasformare il locale in una base di spaccio nel cuore della movida.

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La vicenda

I fatti risalgono al periodo tra maggio 2015 e il 2016. Secondo la denuncia del ristoratore, all’inizio si sarebbe presentata con cadenza fissa nel locale un’attrice che, all’epoca, era la compagna di Antonio Casamonica. Dopo poco tempo sarebbero arrivati anche i due componenti del clan. «Lui è un Casamonica, figlio di una persona potente, non lo fare arrabbiare, dagli i soldi», avrebbe detto la donna. Il ristoratore, però, ha detto di avere rifiutato l’offerta: in risposta, sarebbe stato aggredito da un gruppo di uomini incappucciati che gli avrebbero anche rubato l’auto. Alla vittima - che però non si è costituita parte civile - sarebbe stato imposto anche il pagamento di 200 euro al mese. L’accusa per gli imputati è estorsione e rapina aggravata dal metodo mafioso. Per l’avvocato Giuseppe Cincioni, che assiste Antonio Casamonica, però, i fatti non sono provati, anzi: «A mio parere dalla dichiarazioni rese in aula sono emerse notevoli contraddizioni su aspetti nevralgici della vicenda, che minano la credibilità della persona offesa».

 

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