Bimbo morto nella metro Furio Camillo a Roma, quei 4 minuti di «errori fatali»

Per il giudice che ha condannato l’operaio l’intervento immediato non era giustificato

Bimbo morto nella metro Furio Camillo a Roma, quei 4 minuti di «errori fatali»
di Francesca De Martino
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Lunedì 25 Ottobre 2021, 07:05 - Ultimo aggiornamento: 16:20

«Quattro minuti sono assai pochi per intravedere un pericolo per la vita o l'incolumità fisica di due persone che erano sì all'interno dell'ascensore in un pomeriggio assai caldo, come di solito accade a luglio a Roma, ma solo da pochi minuti». Così il giudice Massimo Di Lauro scrive nelle motivazioni della sentenza di condanna, arrivata il 9 luglio scorso, a due anni per omicidio colposo a carico di Flavio Mezzanotte, l'ex dipendente Atac che, sei anni fa, aveva cercato di salvare la mamma e Marco, il bambino di 4 anni, intrappolati nell'ascensore della metro Furio Camillo. Quel tentativo di soccorso, di cui anche il magistrato riconosce l'intento «altruistico», era finito in tragedia, con la morte del piccolo, precipitato da venti metri d'altezza.

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Un intervento, quello di Mezzanotte, «affrettato e non giustificato da urgenze derivanti dall'intrappolamento». Il punto centrale, intorno al quale si sviluppa la ricostruzione del giudice, è che tutto si svolse nell'arco di poco più di dieci minuti.
URGENZA IMMOTIVATA
Il giudice ripercorre gli ultimi istanti trascorsi insieme, dalla mamma e il suo bambino, in uno spazio angusto, dopo una giornata di shopping trascorsa sotto il sole caldo della Capitale, il 9 luglio 2015. «Nell'intento di raggiungere le banchine delle vetture la donna, poco dopo le 16.17, si avvaleva dell'ascensore posto a servizio dell'utenza. Alle 16.18 premeva il pulsante d'allarme», ricostruisce il magistrato.

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«Alle 16.20 Mezzanotte, operatore di stazione, apriva la richiesta di soccorso. Appena quattro minuti dopo - si evidenzia nelle motivazioni - alle 16.24, il Mezzanotte si recava presso la bacheca elettronica per prelevare le chiavi della sala macchine ascensori dov'è custodita la chiave di emergenza. E alle 16.28 apriva la porta di soccorso per effettuare il trasbordo della signora con il bambino da un ascensore all'altro». Poi il momento della tragedia: «Erano trascorsi circa dieci minuti dall'ingresso della signora in ascensore - sottolinea la sentenza - Sempre alle 16.28 il Mezzanotte prima apriva la porta di soccorso interna all'ascensore e poi apriva dall'esterno verso l'interno l'altro ascensore. Poi il bambino, in tutta tranquillità si avvicinava e cadeva».

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La donna, secondo quanto riconosce il Tribunale monocratico, aveva seguito le indicazioni che gli erano state date al momento della richiesta di soccorso ed era a conoscenza che i tecnici, competenti ad effettuare quel tipo di intervento, sarebbero arrivati di lì a mezz'ora con un possibile ritardo. E per quel periodo di tempo prima del trasbordo «la donna fece scendere il bambino dal passeggino, gli diede un po' d'acqua e lo sventolò con dei documenti dell'Inps». La giovane mamma, evidenzia il giudice monocratico: «Ha escluso di aver mai segnalato problematiche fisiche del bambino». Dunque, «l'urgenza» di intervenire del Mezzanotte, per il magistrato di primo grado non era giustificata.
LA DIFESA
Per la difesa dell'imputato, infatti, l'uomo aveva eseguito le mansioni che era abituato a svolgere e aveva agito per stato di necessità. E aveva puntato il dito sulla municipalizzata, che non avrebbe formato a dovere i lavoratori. Uno stato di necessità che non è stato riconosciuto dal giudice perché «l'uomo ha pensato bene di intervenire senza che nulla potesse indurlo in errore circa l'attualità del pericolo e la sua inevitabilità». Il 9 luglio scorso, a sei anni dalla tragedia, era stata emessa la sentenza per omicidio colposo. Il giudice aveva stabilito poi per Mezzanotte, Atac e Assicurazioni di Roma il pagamento di una provvisionale di 200mila euro alla madre del bambino, di altrettanti 200mila al padre e di 40mila al nonno.
 

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