ROMA

Banda della Magliana, la moglie di Renatino De Pedis e il mistero della Orlandi: patto con il monsignore

Martedì 12 Maggio 2020 di Giuseppe Scarpa
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«Mio marito era una brava persona». Ha sempre recitato una parte Carla Di Giovanni. E a quel copione è rimasta fedele sino all’ultimo. Non un ripensamento, nemmeno poco prima di morire. Ma dietro le quinte, la signora De Pedis, moglie di “Renatino”, pezzo da novanta della banda della Magliana, ha raccontato sprazzi di verità. Lo ha fatto con persone di cui poteva fidarsi, non sapeva certo di essere intercettata nell’ultima inchiesta, poi archiviata, sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. 

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E così emerge un’altra Di Giovanni. Astuta, calcolatrice, consapevole di chi era stato il marito e di cosa bisognava dire ai pm per non ingenerare sospetti. Una delle conversazioni più interessanti porta la data del 15 dicembre del 2009. Dall’altra parte della cornetta un certo Monsignore Vergari ex rettore della Basilica di Sant’Apollinare, la chiesa in cui venne tumulato, in una cripta, De Pedis.
Ecco la premessa che precede l’intercettazione scritta dagli inquirenti: «la conversazione tra Di Giovanni e Vergari è interessante perché i due si accordano su quanto dire in procura». Ed è questo il consiglio spassionato che la signora De Pedis fornisce al prete, «l’hai conosciuto (Renato De Pedis, ndr) dopo che è successo tutto (il caso Orlandi, ndr)». Insomma suggerisce al sacerdote la linea da tenere di fronte al magistrato. Meglio non ricondurre l’amicizia con il boss al 1983, quando la ragazza 15enne venne sequestrata. Ma c’è di più. 
 

Vergari, che non può negare il rapporto con il boss, spiega alla moglie di “Renatino” cosa vorrebbe dire agli inquirenti: «le cose stanno così, quando io l’ho conosciuto là (a Regina Coeli dove il sacerdote era cappellano), che ci incontravamo quasi tutti i sabati, qualche volta mi chiedeva di dire ai genitori qualche cosa, allora io quando uscivo da Regina Coeli passavo al Popi Popi (ristorante dei De Pedis, ndr), gli dicevo quello che gli dovevo dire e continuavo la strada». «La Di Giovanni quasi inorridita - si legge nelle carte - esclama: “questo secondo me è meglio non dirlo”». Inoltre don Vergari, sempre al cellulare con la moglie di “Renatino”, compie una gaffe che gli investigatori notano subito, «si parla di una ragazza morta», poi si corregge «sparita 10 anni prima» dell’uccisione nel 1990 di De Pedis.
Insomma un quadro inquietante confermato anche da altre conversazioni spiate dalle forze dell’ordine. C’è un passaggio chiaro in cui Di Giovanni cerca di fare un riassunto delle amicizie criminali di “Renatino”, ne parla con il suo avvocato ma un nome proprio non riesce a ricordalo e allora afferma: «Ma quanti killer aveva mio marito?».

Fino a qui gli sprazzi di verità intercettati. Perché poi in procura, di fronte ai pm, Di Giovanni indossava di nuovo la maschera. E raccontava la sua versione sul marito. Si trattava di un uomo che con le opere buone si era guadagnato una cripta in una chiesa del 780 d.C.: «Quando mio marito venne ucciso chiesi a Don Piero (Vergari) se era possibile far seppellire Renato a Sant’Apollinare. Lui mi disse che era possibile, nelle chiese extraterritoriali, per quelle persone che in vita avevano fatto opere di carità. Quanto alla beneficenza mio marito periodicamente versava del denaro ai poveri, contribuiva al mantenimento dei seminaristi e io mi ero impegnata a fornire di fiori gli altari della chiesa». 
Infine i pm, nel novembre del 2009, avevano cercato di stimolare la memoria della donna. Insomma Di Giovanni si ricordava dove era De Pedis nel giugno del 1983, quando venne rapita Emanuela Orlandi? «Convivevo saltuariamente con Renato. Mi sembra di ricordare che nei mesi di giugno e di luglio e forse di maggio avevamo affittato un villino a Fregene. Si trattava di un piccolo villino composto da due stanze e un giardino. Mi sembra di ricordare che si trovasse in via Porto Venere o qualcosa del genere. Non ho altro da aggiungere».

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