Roma, 12enne disabile picchiata dalle bulle. «Mia figlia pestata per qualche like su Instagram»

Roma, 12enne disabile picchiata dalle bulle. «Mia figlia pestata per un like su Instagram»
di Giuseppe Scarpa
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Sabato 24 Aprile 2021, 00:14 - Ultimo aggiornamento: 10:59

«Mia figlia, disabile di 12 anni, è stata malmenata da tre bulle per qualche like su Instagram. Quando il branco la picchiava altri ragazzini euforici riprendevano la scena e trasmettevano tutto in diretta social. Questa è la più amara delle verità». La madre di Paola, 12 anni, (il nome è di fantasia) è incredula. Arrabbiata. Anche se la solidarietà che sta incassando in queste ore le solleva il morale. «Non siamo sole», ammette. Tra le prime a chiamare la donna due ministre sensibili a queste tematiche: la titolare del dicastero per le Disabilità, Erika Stefani e la collega Mara Carfagna, per il Sud e la Coesione Territoriale. «Non esistono giustificazioni né attenuanti a quanto è successo», sottolinea Stefani. Carfagna si è sincerata delle condizioni di salute della piccola e a breve incontrerà madre e figlia. 

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La vittima, però, a distanza di tre settimane dal pestaggio porta ancora addosso le ferite di ciò che è accaduto. Ieri, dopo l’ennesima visita in ospedale, i medici hanno aggiornato i giorni di prognosi: dai 21 iniziali sono arrivati a un totale di 37. Paola dovrà sottoporsi ancora a diverse sedute di fisioterapia prima di riprendersi.
Intanto corre parallela l’indagine. Il caso della 12enne bullizzata è arrivata alla procura dei minori. I carabinieri della compagnia di Montesacro hanno depositato ieri una dettagliata informativa in cui viene descritto, in modo minuzioso, ciò che è accaduto il due aprile in un parco a Roma nord e hanno indicato il reato di lesioni aggravate in concorso. I militari hanno già identificato le tre responsabili dell’aggressione.

Cosa è accaduto il 2 aprile a sua figlia? 
«Alle 17 e 17 minuti mia figlia mi telefona e mi dice “mamma mi vieni a prendere?” Esco di casa in auto e mi dirigo verso il parco. Durante il tragitto Paola mi richiama nuovamente: “sbrigati” e poi chiude la conversazione. Capisco che qualcosa non sta andando per il verso giusto».

A questo punto cosa succede?
«C’era traffico, ero spaventatissima. In realtà saranno passati pochi minuti ma mi sembrava di non arrivare mai. Mentre ero al volante mi dicevo “mio Dio ma cosa accade”. Poi finalmente sono lì. E assisto a una scena che non saprei descrivere: la mia Paola, una bambina di 12 anni con delle disabilità, con la maglia strappata, in parte sollevata, con il viso gonfio, sorretta a fatica da un’amica. Ero sconvolta»

Paola le ha detto qualche cosa? 
«Ci siamo guardate negli occhi. Io mi sono levata la felpa che indossavo e l’ho messa a lei. Era quasi nuda nel busto. Gliel’ho infilata piano. Per un attimo ho avuto paura a mettergliela, conosco bene le sue fragilità. So quali sono i suoi punti deboli e speravo che non l’avessero colpita in certe parti. Mia figlia sarebbe perfino potuta morire»

A questo punto andate in ospedale?
«Sì, immediatamente. Mi dirigo nell’ospedale che ha in cura la mia piccola. Perché penso che in caso di lesioni gravi sappiano intervenire subito. Nel frattempo succede qualche cosa che mi lascia basita».

Che cosa?
«Il telefonino di mia figlia squilla senza sosta. Amici e conoscenti la chiamano. Il video del pestaggio era andato in diretta sui social. Qualcuno le telefona perché vuole sincerarsi della sua situazione. Molti altri no, vogliono sapere dettagli solo per continuare a spettegolare. Il punto è che Paola non ricordava nulla. Quindi ero ancora più spaventata» 

Una sorta di blackout ?
«Lei ha un vuoto di memoria. Oggi fa fatica a ricordare quello che è accaduto dal momento del pestaggio sino all’arrivo in ospedale. Proseguo con il racconto»

Prego...
«Finalmente arriviamo al pronto soccorso. I medici escludono traumi che le possano aver causato danni irreparabili. Ma comunque alla fine stabiliscono 37 giorni di prognosi (21 il 2 aprile e altri 15 in una successiva visita ) che sono tantissimi. Inoltre per un lungo periodo dovremo andare a fare dei controlli»

Perché hanno picchiato in quel modo sua figlia? 
«Questa risposta la dovrà fornire la magistratura, la procura, i carabinieri. Di certo Paola non conosceva le ragazze che l’hanno malmenata. Con loro aveva delle amicizie in comune. Questo sì. Per quello che ho potuto capire si è trattato di una esibizione di forza ostentata via social. Hanno fatto la diretta su Instagram mentre la picchiavano. Decine di ragazzi, si vede dal video, hanno il cellulare in mano e riprendono. Infine poche ore dopo il pestaggio una delle bulle si vanta con le amiche sempre sullo stesso social».

Cosa si aspetta adesso? 
«Da un lato giustizia. Mia figlia poteva morire date le sue patologie. Dall’altro spero che Paola recuperi completamente. Lei ha fatto dei miracoli per arrivare alla condizione di salute psico fisica in cui si trova ora. Nessuno può rovinare anni di sacrifici. Un’ultima cosa. All’inizio ci siamo sentiti soli, poi siamo stati presi per mano dal Centro Nazionale contro il Bullismo - Bulli Stop, dalla presidente Giovanna Pini e dall’avvocato dell’associazione Eugenio Pini, abbiamo trovato sostegno e la forza di denunciare».
 

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