Dalla periferia alle zone di pregio: «Così Tredicine pilotava le licenze»

Giovedì 14 Febbraio 2019 di Camilla Mozzetti

Da Cola di Rienzo fino alla periferia. Era la rete dei contatti all'interno degli uffici che poteva consentire di gestire il sistema delle licenze. L'avevano capito fin dall'inizio, fin da quando il capostipite della famiglia Tredicine, Donato, arrivò a Roma - era la fine degli anni Cinquanta del secolo scorso - per vendere castagne a due passi da piazza Mignanelli. Arrivò un'intuizione su cui si è poi ramificato il potere della famiglia che nei decenni non ha fatto altro se non accrescere un impero fatto di titoli e licenze: le bancarelle e dunque gli ambulanti non sono tutti uguali. Il settore, benché risponda a un unico nome, è molto più eterogeneo di quanto si creda soprattutto sul fronte degli incassi e dei guadagni. Meglio avere una bancarella nel sistema delle rotazioni piuttosto che un posto nel giro dei mercatali o degli ambulanti fissi perché è il primo il settore più redditizio introdotto sulle strade di Roma nel secondo dopoguerra e rimasto inalterato per decenni.

La famiglia che a poco a poco ha conquistato - senza concorsi o bandi - titoli per la vendita su area pubblica di vari prodotti commerciali l'aveva capito all'istante. Sarà forse un caso che delle tante licenze riconducibili agli ambulanti più noti della Capitale e ai loro familiari, la percentuale maggiore interessi proprio le bancarelle in rotazione, che annoverano anche i camion bar (40 licenze su 69 in mano ai Tredicine e familiari) e i venditori di souvenir. Da dove deriva però il successo di questi posteggi? Da diversi fattori. Partiamo dal nome stesso della categoria che obbliga gli ambulanti che ne fanno parte a ruotare per l'appunto giornalmente sulle strade di Roma seguendo un circuito esistente da decenni e rimasto inalterato nel tempo che colloca un giorno un ambulante in un'area commercialmente appetibile e il giorno seguente in un'altra zona magari con minor appeal.

I NUMERI
Riuscire a controllarne i flussi e gli spostamenti, magari in accordo con alcuni dei dipendenti comunali del dipartimento Attività produttive con il passaggio di informazioni riservate, avrebbe comportato indubbiamente un enorme vantaggio. Assicurarsi più di un turno (anche illecito) in una stessa zona nevralgica avrebbe determinato potenzialmente introiti maggiori rispetto a quelli di altre aree, come ad esempio via di Torrevecchia, che non gode affatto del flusso turistico del centro storico. Farsi pagare forse da un altro ambulante una quota fissa per agevolarlo negli spostamenti? Solo ipotesi, entrambe, su cui dovrà far chiarezza la magistratura.

LE ZONE
Certo è che proprio la maggior parte di questi posteggi si concentra in zone molto appetibili commercialmente parlando. Nel Centro, dal Circo Massimo a via Cola di Rienzo, da piazzale Flaminio all'area intorno alla stazione Termini fino al Vaticano, Trastevere e Gianicolo per un totale di 299 banchi sui 1.278 totali. Seguono poi aree abbastanza centrali o comunque frequentate: in II Municipio (163 banchi) tra la Tiburtina via Chiana e il Policlinico Umberto I, in VII (154 posteggi) tutta l'area dell'Appio Tuscolano. Il I Municipio insieme al Tavolo del Decoro - che fu voluto e istituto dalla precedente giunta comunale di Ignazio Marino per fare un po' d'ordine - elaborò mesi fa tutto un elenco di postazioni in rotazione (circa la metà delle 299 esistenti) incompatibili con monumenti e angoli del Centro che andavano per questo motivo ricollocate altrove. Non si è mosso ancora nulla.

Ultimo aggiornamento: 07:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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