Roma, «All'Appio non molliamo: sconti Covid e zero ferie»

Martedì 2 Giugno 2020 di Alessia Marani

C’erano una volta il Borghetto Latino e la “marana” vicino alla Caffarella. «Da ragazzino ci facevo il bagno», ricorda Sergio Palazzi, 79 anni, che indica i ruderi dell’antica piscina romana riportati alla luce nell’80 in via Cesare Baronio, dove la sua vecchia casa venne abbattuta. «Doveva passare qua la prosecuzione della Colombo, invece fu realizzata via Cilicia», racconta. Benvenuti all’Appio Latino, angolo carico del fascino della grande storia (le Mura, il fiume Almone sacro ai romani che attraversa il parco), quartiere residenziale alle spalle di San Giovanni che si popola di negozi a ridosso dell’Appia. «Durante il lockdown mi è capitato di venire - dice Angelo, della boutique Giorgia Ferri - e molti erano in giro, non mi meravigliava l’alto numero dei contagi in zona». E ora? «Ora il quartiere è assolutamente vivo, ma pochi comprano, non ci sono soldi. Come ogni anno sarò aperto ad agosto, ma stavolta non sarò il solo». Le vetrine dell’Appio sono costellate di promozioni dal 20 al 50%. “Sconto Covid” si legge da “Re Michelle”, calzature. «Temiamo per il lavoro - dice Franco un dipendente che pulisce in lungo e largo - Ma siamo fiduciosi». La proprietà ha anche un’altra rivendita in via Agricola, sempre nel VII Municipio, «ma lì ha riaperto solo venerdì». Nel VII il Comune ha registrato uno strano fenomeno: nella fase 2 risultano aperte più attività rispetto alle vecchie, ma è solo perché in molti si sono reinventati. La perdita di introiti varia tra il 60 e il 70%. Alla Caraffa, storica trattoria, i primi tavoli sono rimpiazzati da un bancone per l’asporto: «Ci siamo organizzati con le consegne a domicilio e ora il take away, ma non è la stessa cosa. Obiettivo sopravvivere per ripartire». Davide della “Margherita” è ottimista: «I clienti vengono ma vogliono stare fuori, ai più giovani va ricordata la mascherina».
EMIGRATO PER AMORE
 Nicolà (“dal francese all’Alberone”) emigrato da Biarritz per amore di Chiara, ha cambiato menù: «Largo agli aperitivi, più qualità e meno prodotti da comprare dai fornitori». Con il lockdown molte merci sono andate in beneficenza. Dice Carmen Luzza, che gestisce “L’angolo bar”, attività con radici negli anni ‘60: «Avevo comprato uova per migliaia di euro, che dovevo fare? Ora abbiamo riaperto ma lavoriamo per non soccombere. Le spese sono tante, la clientela è affezionata e il caffè lo lasciamo a prezzo popolare». Seduto ai tavoli con il figlio autistico c’è Pino Rubino della Coop socio-assistenziale Roma 81. «Ho 200 lavoratori senza stipendio - afferma - il Comune non paga, eppure proprio i più deboli vanno difesi per primi». Sono tornati anche i roghi tossici nella Caffarella. Ieri i residenti hanno subito dato l’allarme e i Guardia parco hanno sorpreso e denunciato C. M., il titolare di una rimessa bus che bruciava sedili dei pullman nel parco. E non mancano i soliti guai: l’abbandono di Villa Lazzaroni e del giardino al capolinea del 628, sulle panchine di fronte ai Monopoli escrementi umani. Mario Bertuccio, spazza il marciapiede davanti al negozio Tim «tutti i sacrosanti giorni». L’edicola di Sandro e Simone Iannelli, padre e figlio, quasi non si vede inghiottita dai platani: «Non li potano da vent’anni». Durante il lockdown comprare il giornale era pure una scusa per fare due passi. «Si parlava di tutto e, incredibile, non più di calcio», scherza Sandro, giallorosso, con il barista biancazzurro. Gli alberi li piantano i cittadini grazie ai ReTree di Porta Metronia: «Ne abbiamo rimessi 135 al posto di quelli tagliati», spiega Tommaso Iorio. Ogni albero è adottato da un cittadino. Ieri su via Gallia ne sono stati messi due dedicati da Samantha ai nonni Giulio ed Elena, pionieri del quartiere.

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