Finti drogati per evitare il carcere: maxi inchiesta sui boss di Roma

Nel mirino il sistema di valutazione medica, indagini su perizie truccate e medici compiacenti

Finti drogati per evitare il carcere: maxi inchiesta sui boss di Roma
di Valeria Di Corrado e Alessia Marani
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Giovedì 1 Dicembre 2022, 00:07 - Ultimo aggiornamento: 00:34

Le comunità di recupero per tossicodipendenti sono diventate un vero e proprio salvacondotto per uscire di galera. I criminali romani “che contano” lo sanno bene e stanno sfruttando a loro favore questa “falla” nel sistema. La Procura capitolina ha aperto un’inchiesta, con più di un pm a lavoro per far luce sulla rete di compiacenze su cui possono contare i detenuti: analisti, psichiatri, medici e titolari di alcune comunità terapeutiche. Contemporaneamente sono partiti una serie di controlli a raffica sulle strutture alternative alla detenzione. Mentre al vaglio ci sono pressioni che alcuni Sert, da Ostia a Frascati, avrebbero subito.
Oltre 20 boss negli ultimi anni sono riusciti a ottenere di scontare gli arresti domiciliari in queste strutture: la scelta, guarda caso, ricade sempre su tre o quattro. E così si ritrovano sotto lo stesso tetto, liberi di stringere nuove alleanze o ricostituire sodalizi che le indagini dell’Arma, Mobile e della Finanza avevano faticosamente smantellato. Molti di loro non solo non hanno mai sniffato cocaina, ma sono dei salutisti. Riescono comunque a farsi certificare una presunta tossicodipendenza, sulla base di analisi cliniche e perizie spesso truccate. Non tutti i detenuti possono permettesi di pagare la retta, eppure questi narcos, non si sa con quali entrate, versano in contanti fino a 2.300 euro al mese.

Le strutture

La comunità “Il Merro” di Palestrina è di gran lunga quella più gettonata dai criminali di un certo calibro. Ci sono stati Ferruccio, Antonietta e Christian Casamonica, alcuni esponenti del clan Moccia, Salvatore Esposito e Marco Esposito, detto Barboncino, che lì dentro è morto a marzo scorso. Dal 25 giugno 2015 al 17 marzo del 2016 la struttura ha ospitato Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik e il cugino della moglie Carlo Tocca. Anche il gruppo degli albanesi ha frequentato il centro: Arben Zogu e Massimiliano Rasori; e ancora, Manolo Monterisi, Romano Malagisi, Giovanni Novelli, Danilo Macrì, Giancarlo Tei, Mirko Calì. I primi di agosto il narcotrafficante Ugo Di Giovanni, già arrestato nel 2020 con il boss Michele Senese, ‘O pazz, è stato colpito da una nuova misura cautelare e condotto nel carcere di Velletri: le indagini del nucleo investigativo dei carabinieri hanno dimostrato continuava a gestire le piazze di spaccio nonostante si trovasse da circa un anno e mezzo ai domiciliari proprio nella comunità terapeutica “Il Merro”. Alla guida di questa struttura c’è Francesca Di Paolo, figlia di Luigi di Paolo, un ex infermiere del carcere di Regina Coeli finito nel 2011 in una inchiesta sui maltrattamenti ai detenuti, indagato per avere fatto parte della «squadretta» che si vantava delle violenze fisiche e psicologiche ai detenuti. Di Giovanni era stato anche nella comunità “Magliana 80” e con Piscitelli alla “Alter” di Palombara Sabina, la stessa dove era finito David Longo di Tor Bella Monaca. 

Il caso Petoku 

L’albanese Dorian Petoku, ex socio in affari di Diabolik, che insieme a Salvatore Casamonica e Tomislav Pavlovic aveva cercato di importare dal Brasile in Italia 7 tonnellate di cocaina, di recente è uscito di galera proprio sulla base di una perizia che ne attesta la tossicodipendenza. La Procura di Roma aveva dato 4 pareri negativi, ma il gip Paolo Andrea Taviano ha disposto per lui il ricovero nel centro di recupero “Punto linea verde onlus”, a Morlupo, con braccialetto elettronico. Peccato che nel frattempo, a metà ottobre, questa comunità è stata chiusa su ordinanza del sindaco dopo una serie di controlli effettuati anche dai carabinieri che hanno attestato la mancanza dei presupposti amministrativi. A gestirla c’era Machado Alves Moreira Sofia Carla, una 55enne dell’Angola con precedenti penali proprio per associazione finalizzata al traffico di droga. Nell’ultimo periodo nei confronti della comunità avrebbero chiesto “asilo” anche famiglie calabresi sempre più potenti nella zona della tiberina. Qui si erano conosciuti anche Raul Esteban Calderon, il presunto killer di Piscitelli e la sua compagna Rina. Mentre a Villa Lauricella avevano stretto conoscenza Raul e Fabietti, braccio destro del Diablo. Petoku è stato quindi portato in un’altra struttura gestita dalla stessa onlus, “Il Rifugio”, a Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. Nel provvedimento il giudice spiega che non ha avuto comportamenti “censurabili” nel corso della detenzione e che i suoi tessuti piliferi confermano l’assunzione di cocaina. Ma, considerato che sta da tre anni in carcere (due in Albania e uno in Italia), non si comprende come dopo tutto questo tempo ci sia ancora traccia di droga nei tessuti. A meno che non abbia continuato l’assunzione anche dietro le sbarre e - in questo caso - sarebbe un comportamento quanto meno “censurabile”. Nel 2011 Leandro Bennato, boss di Primavalle e fratello di Enrico, sodale di Calderon, si rese protagonista di una rocambolesca fuga da Villa Lauricella. A lunedì prossimo è slittata l’udienza preliminare per Calderon ed Enrico Bennato. Per quest’ultimo già si profilano perizie psichiatriche. Giuseppe Molisso, sott’inchiesta per l’omicidio di dell’albanese Sheahj Selvadi a Torvajanica soggiorna al momento in una comunità in Umbria. Le indagini del resto non riguardano solo Roma e dintorni. Le organizzazioni malavitose capitoline avrebbero ottimi agganci anche in altre regioni, specie nel Centro Italia, in Umbria e in Toscana. Il primo psichiatra a essere finito sul registro degli indagati è Andrea Pacileo, in servizio all’ospedale San Giovanni, accusato di corruzione, falso e procurata evasione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, era a “libro paga” di Elvis Demce, il 36enne albanese capace di importare grossi quantitativi di cocaina. Proprio sulla base di alcune delle consulenze psichiatriche fatte da Pacileo, Demce ha chiesto durante il processo di essere assegnato a una comunità di recupero in quanto parzialmente incapace di intendere e di volere. 

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