Il Teatro da Montecelio di Guidonia "infiamma" Roma: «L'Arte per capire questo presente»

Mario Eleno (a destra) e il fratello Davide, ispiratori del teatro di Montecelio vicino a Guidonia
di Elena Ceravolo
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Giovedì 20 Gennaio 2022, 15:18 - Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 21:27

«Perché per fare teatro di ricerca bisogna per forza andare a Roma? Facciamolo da noi, spostiamo il potere della cultura, squilibriamo gli assetti, portiamolo nella nostra periferia in travaglio, ma gravida di idee che aspettano solo una mano che le svisceri». È una grande missione per il teatro più piccolo del Lazio, nel borgo di Montecelio, luogo delle “radici” di Guidonia, quella lanciata da Mario Eleno, scrittore, attore, regista e traduttore, uno sguardo appassionato sulle storie degli ultimi del mondo («Sono loro gli esseri più nobili della realtà», per cui ha vinto il Premio nazionale De André con il racconto “Nella città di Genova”. Oltre il Raccordo Anulare, accanto alla più grande città a est di Roma, si possono «sperimentare nuovi spazi come “chiave” per interpretare la contemporaneità». Riafferrando un filo poetico lasciato, nella periferia della periferia romana, da Pasolini: «L’arte arriva attraverso una serie infinita di decentramenti».


A febbraio al Teatro Chisciotte di Montecelio partirà la stagione e il titolo sarà “Esodo”. Direzione artistica affidata a Mario Eleno, 37 anni, (all’anagrafe Fedeli) e al fratello Daniele, 27, nel 2019 candidato per l’Oscar del Teatro, che conduce laboratori e workshop per la Fondazione Feltrinelli. Allevati sin da piccoli a “pane e ribalta” tra la compagnia teatrale del papà e la scuola di danza della mamma, da Montecelio sono partiti - adesso orgoglio del luogo - per studiare e sperimentare. Ora tornano a casa con un’idea forte, finanziata da Laziocrea: un viaggio al contrario, dal centro alla periferia, per chi cerca «teatro dal vivo, non dal morto».


«Guidonia Montecelio – dice Eleno - non è un luogo facile. Ma proprio in questo riconosciamo una possibilità». Perché “Esodo”? «Uscendo con coraggio dalla città si può trovare una realtà diversa ma stimolante». C’è, nello scrittore che ha ri-esplorato De Andrè, uno sguardo critico sugli effetti della pandemia. «Tempi bui – aggiunge - Il potere mira con tenacia a smaterializzare i corpi, a digitalizzare i rapporti umani». C’è voglia di prospettive. «Una nuova lingua teatrale è necessaria – dice Daniele Fedeli -. La periferia, con le contraddizioni, i vuoti e le bellezze, è un territorio ideale per la nascita di un impeto creativo in armonia con questo presente da comprendere». Lo spettacolo delle Guarattelle (17 febbraio), centenaria tradizione napoletana dei burattini, sarà per i bambini «usurpati del loro mondo dalla pandemia», perché «gli è stato quasi imposto di essere più grandi: nel nostro teatro rimarranno bimbi e apprenderanno il segreto di Pulcinella: nella commedia della vita, non vi è un segreto, ma solo, in ogni istante, una via d’uscita». Si parte il 4 febbraio con Malagrazia (Phoebe Zeitgeist), una “non storia” in cui il demonio, per due superstiti di una umanità estinta, è la solitudine. A marzo “La Neve del Vesuvio” di Raffaele La Capria; il 16 aprile “Diatriba”, storia di un amore sgretolato raccontato dalla voce e dal corpo; il 15 maggio il concerto mistico “Amor morto”, di e con Silvia Paesello e Ares Tavolazzi, dedicato a Carmelo Bene.

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