ROMA

​Da Don Moye a Roberto Fonseca, lo Chopin cubano, dai nostri Area al violino di Ylian Canizares: parte il 31 il Roma Jazz Festival 2020

Martedì 20 Ottobre 2020 di Fabrizio Zampa
Famodou Don Moye

In questo triste periodo di locali chiusi, di concerti rock rinviati fino a chissà quando, di rassegne che vedremo nel 2021 o comunque dopo l'arrivo del tanto sognato vaccino (sbarcherà a gennaio? la prossima primavera? difficile dirlo) il jazz è l'unico stile che vince ancora una volta la battaglia contro il Covid: è elegante, di alta qualità, ha un pubblico che evita assembramenti e rischi di contagio, le sue star sono musicisti che sanno come stare sul palco, sono coscienti dei pericoli che tutti corriamo e in molti casi si battono per quelli che fino a ieri erano luoghi comuni ma oggi non lo sono più: pace, libertà di espressione e di improvvisazione e via di questo passo. Insomma, in questa cosiddetta fase 2 della pandemia è il genere più facilmente abbordabile senza resse né folle urlanti e scatenate, tanto che sopravvive tranquillamente.

Così da sabato 31 ottobre arriva la quarantaquattresima edizione del Roma Jazz Festival, che è uno degli appuntamenti internazionali più importanti e offre una serie di protagonisti di primo piano che vengono da mezzo mondo. Dopo “Jazz is Now” del 2018 e “No Borders” del 2019 il tema di questa rassegna 2020 è “Jazz for Change”, jazz per un cambiamento oggi più necessario che mai in un mondo afflitto dall'emergenza medica, dal riscaldamento globale con tanto di scomparsa dei ghiacciai, dalle difficoltà che crescono ogni giorno, dal rischio che corrono i diritti civili e dalla presenza sempre più invadente di razzismo e sovranismo, vedi l'America dove molti, anzi moltissimi, sognano il tramonto di Trump, o i diversi altri paesi nei quali essere neri, gialli, gay o comunque diversi è per i dittatori un delitto insanabile.

In cartellone fra il Parco della Musica, la Casa del Jazz e il Monk Club (per saperne di più vi suggeriamo di cercare i dettagli sul sito www.romajazzfestival.it) la manifestazione diretta da Mario Ciampà durerà fino al 20 novembre, sarà fedele alle normative anti Covid e offrirà grandi personaggi, come Famoudou Don Moye, geniale batterista degli Art Ensemble of Chicago, in prima mondiale sabato 31 con il suo Odyssey & Legacy Trio in un tributo alla tradizione afroamericana. Domenica 1 novembre il trio del trombettista Luca Aquino propone il progetto “Gong, il suono dell’ultimo round” (con il percussionista francese Manu Katchè e le opere visive inedite di Mimmo Paladino: racconterà sei grandi storie della boxe mondiale), mentre il 2 è la volta del percussionista Mino Cinèlu e del trombettista norvegese Nils Petter Molvær con l’album “SulaMadiana”, che prende il nome da Sula, l'isola del nord da cui viene Molvær, e Madiana, ovvero la caraibica Martinica, da cui proviene il padre di Cinelu.


Il calendario è lungo e il menu ricco: offre prime assolute, ospiti internazionali e artisti italiani di spicco, nomi storici e nuove rivelazioni, il tutto fra concerti, live streaming, incontri, presentazioni e progetti pensati per le biblioteche e le scuole e realizzati grazie alla collaborazione con la rivista Jazzit, con un’associazione di consolidata esperienza come Il Jazz va a scuola e con diversi critici musicali.

Andiamo avanti. Il 7 novembre doppio live, fra sperimentazioni e incroci fra musica e cinema, con la band La Batteria (prog, funk, jazz, fusion, a base di Moog, tastiere e wah-wah, con riferimenti ai grandi compositori italiani di colonne sonore,  da Ennio Morricone a Piero Umiliani)  e il trio Ugoless, due jazzisti e un sound designer, che ricampionano frasi celebri della storia del cinema ma anche della storia e della politica, passando da Stanley Kubrick a Sigmund Freud, da Alfred Hitchcock a Federico Fellini, e propongono dal vivo il loro nuovo album “Soul Church Music. Il 10 è la volta degli Area, band nata negli anni ’70 intorno alla straordinaria voce di Demetrio Stratos: suonano “Area Open Project”, registrato live in Giappone, un viaggio fra elettronica, world music e sonorità etniche.

Altri nomi fondamentali? L’11 novembre arriva il sassofonista sardo Enzo Favata in coppia con il geologo Mario Tozzi per un connubio tra folk e ecologia. Il 12 tocca al pianista inglese Alexander Hawkins e a Hamid Drake, batterista della Louisiana, il 13 al vocalist portoghese Salvador Sobral (con il nuovo cd “Paris, Lisboa”, tema un incrocio fra la tradizione del suo paese e le luci della capitale francese), il 14 sbarca il musicista che molti hanno soprannominato lo Chopin cubano, o anche l’Herbie Hancock de L’Havana: è il pianista e compositore Roberto Fonseca, già membro della storica formazione Buena Vista Social Club, con il disco “Yesun”, mix di jazz, musica classica, rap, elettronica, funk e radici della tradizione afrocubana.

E ancora, il 15 il chitarrista Francesco Diodati presenta “Clorofilla”, il 17 c’è il contrabbassista salentino Marco Bardoscia, classe 1982, con un album sul tema del tempo, sia nel senso cronologico che in quello meteorologico, il 19 torna in scena il bandoneonista Daniele Di Bonaventura con il gruppo Band’Union e il disco “Garofani Rossi”, dedicato alla nostra Resistenza e alle rivoluzioni in tutto il mondo. Il 20 gran finale con due elementi centrali per i grandi movimenti che oggi si battono per il cambiamento, la lotta femminista e la volontà di reagire agli imprevisti: sul palco sale la cantante, violinista e compositrice cubana Yilian Canizares con il Trio Resilient. Giovane e da sempre attenta ai diritti civili e femminili, propone il suo ultimo album “Erzulie”, dedicato alla divinità femminile haitiana dell'amore e della libertà. Speriamo che la dea Erzulie ci protegga, almeno lei.

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