Roma, degrado e rifiuti nel pozzo che inghiottì Alfredino

Mercoledì 20 Agosto 2014 di Laura Bogliolo

Accade che il dolore scavalchi il Tempo, ma venga sentito a fatica, vissuto come un flagello astruso davanti al quale c’è chi non riesce a nutrire neanche pietà.

Pietà per quel visino coperto dal fango che gridava «papà tirami fuori», pietà per una mamma inginocchiata sul precipizio della follia che inghiotte un corpicino fragile maciullato dalla pressione della terra. Succede di notte, nell’inganno banale che al buio la coscienza prenda sonno: arrivano macchine veloci, inchiodano e scaricano sacchi di immondizia. Macerano al sole, chissà da quanto tempo. Succede di notte, quando coppiette accecate si fermano sulla stradina abbandonata e si appartano.

Di giorno, il mondo senza pietà che si è dato appuntamento a Vermicino, mostra l’orrore di quando si dà un calcio alla Memoria: rovi, erbacce, una discarica quasi in segno di sdegno, e un cumulo di terra a nascondere il ricordo di Alfredo Rampi, strappato alla vita a soli sei anni. Tre giorni di agonia in quel giugno del 1981 quando l’Italia si diede appuntamento in un maledetto pozzo.

OSTAGGIO

Una rete imbevuta nella ruggine tiene ostaggio quell’angolo di terreno dove 33 anni fa Alfredino cadde nel maledetto pozzo artesiano. «Il terreno è proprietà privata, non sappiamo chi sia» la triste cantilena di chi si incontra in via Sant’Ireneo, una stradina di campagna schiacciata tra gli uliveti poco lontano da Frascati. C’è un cancello a proteggere lo scempio: erbacce alte, detriti, pezzi di legno. L’area davanti al cancello, su una rientranza della strada, è stata scelta chissà da quanti come luogo per una discarica: bustoni neri strappati dai cani randagi, pezzi di cibo andato a male, decine di bottiglie di plastica abbandonate. Qualche busta è stata sollevata dal vento fin dentro la proprietà dove non c’è più quel piccolo vaso di fiori e quella la croce che ogni tanto qualcuno accarezzava. Non si vede più neanche il tubo rosso che segnalava il pozzo che si prese Alfredino. C’è un cumulo di terra e sopra un ulivo che ha sfidato il degrado e continua a ergersi, quasi in segno di riscatto. Di Alfredino non c’è più traccia.

Intervista ad Angelo Licheri, l'angelo di Alfredino

DOLORE

«È una proprietà privata, abbiamo le mani legate - dice Alessandro Spalletta, sindaco di Frascati - Sarà mia cura accertarmi delle condizioni del luogo e, d'accordo con la famiglia, valuterò la possibilità di erigere una statua in memoria di Alfredino». Si scatena la politica: «Questa storia mostra quanto è fragile e casuale la tutela della memoria degli eventi che hanno segnato la storia del nostro Paese» dice Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma. L’invito a erigere una statua è stato rivolto anche da Davide Bordoni, coordinatore romano di FI, e Fabrizio Panecaldo, coordinatore della maggioranza in Campidoglio. «Amarezza», ma nessuna parola gridata, da parte di chi da anni è vicina a Franca, la mamma di Alfredino. «Il degrado è il simbolo di come il nostro Paese tratta la sicurezza dei suoi cittadini» dice Daniele Biondo, presidente del Centro Alfredo Rampi Onlus che in oltre 30 anni ha insegnato a 180 mila bimbi l’educazione al rischio e all’emergenza. «Quell'area - aggiunge Biondo - è un pezzo di storia italiana che dovrebbe essere ben tenuto, la famiglia, comunque, ha scelto come luogo simbolo del ricordo di Alfredo la onlus, l'impegno nel volontariato affinché certe tragedia non accadano più». Una scelta dettata dall’amarezza, quasi imposta dal disperato tentativo di non aggiungere dolore allo strazio dell’anima per la perdita di un figlio. «Ma la statua c’è» borbotta qualcuno tentando di soffocare i sensi di colpa. Una statua nella chiesa Sacri Cuori di Gesù e Maria di Vermicino on il marmo consumato dal tempo. «È davvero deprimente, non c’era neanche un fiore» dice Carmelo Ramundo che insieme a Fabio Marra, regista, tempo fa ha accompagnato nel luogo della vergogna Angelo Licheri, l’uomo che sfiorò le dita di Alfredino calandosi a testa in giù nel pozzo. Ramundo ha girato il documentario L’angelo di Alfredino «per non dimenticare» dice. Ma la Memoria di quel bimbo e dei suoi soccorritori sembra ormai essere stata scalciata via. Senza pietà.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 15:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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