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Tor Bella Monaca, dopo gli arresti i clan riducono le spese, moglie del boss abbassa la paga
ai familiari dei detenuti

Tor Bella Monaca, dopo gli arresti i clan riducono le spese, moglie del boss abbassa la paga ai familiari dei detenuti
di Ilario Filippone
4 Minuti di Lettura
Lunedì 25 Luglio 2016, 08:32 - Ultimo aggiornamento: 26 Luglio, 08:35

In tempi di crisi, anche i reucci dello spaccio hanno varato la loro spending review. Lo rivelano le carte dell'ultima inchiesta della procura distrettuale su Tor Bella Monaca, un'indagine coordinata dal procuratore Michele Prestipino. Per i clan Cordaro e Crescenzi le risorse cominciano a scarseggiare, così i capi corrono ai ripari. I primi tagli sono scattati sugli stipendi mensili corrisposti ai familiari dei detenuti, non più 150 euro a settimana, ma 100. Rimodulate al ribasso anche le voci di spesa per il welfare rosa. Alla figlia e alla sorella della detenuta Elena Bucceri, l'addetta alla custodia delle armi finita in prigione, soltanto 100 euro in due settimane, non un euro in più. Gli agenti, in cuffia, hanno agganciato la voce di Michela Bucceri. Eccola mentre consegna il suo sfogo alla madre rinchiusa in carcere, le sue lamentele sono state intercettate dalle cimici della polizia: «Centocinquanta più centocinquanta - esordì - fanno trecento euro in due settimane, mancano 200, me li hanno levati».
«È UN PERIODO DI CRISI»
Tagli anche per pusher e vedette che stanno in strada: per i veterani 70 euro al giorno, prima ne incassavano 80. Per i novizi solo 50. Ed è subito scoppiata la protesta: sono stati i fedelissimi i primi a chiedere conto. «E che rimango a fa' per 70 euro? Mi metto in proprio, devo campare moglie e figli» dice lo spacciatore Silvio Lumicisi.
«Nei momenti di crisi finanziaria - scrivono gli investigatori - il sodalizio mette in atto un taglio degli stipendi».
Il blitz è scattato lo scorso 5 luglio, in manette sono finite 37 persone. Secondo gli inquirenti, Natasha Cordaro, 30 anni, è una donna dal piglio manageriale e dai modi davvero bruschi e violenti. Era lei che gestiva le finanze di casa. E dato che le entrate scarseggiavano, aveva deciso di avviare una serie di tagli su tutto. «Io ho una responsabilità - ripeteva a pusher e vedette - conto su 3mila euro, ma me ne portano 900, che devo fare? Ho 15 famiglie sulle spalle». Dopo l'arresto del marito, le sue parole erano diventate ordini. Un giorno, minacciò di morte un suo sottoposto, scontento del nuovo trattamento economico. «Nun te devi allarga' - sbottò categorica - 50 euro e basta. E' un periodo di crisi, è meglio che ti convinci, sennò te taglio la gola». Con un occhio agli investimenti, l'altro al bilancio, questo era il nuovo corso di donna Natasha.

Ancora: «Se c'è un momento di crisi e non si risale - disse al fedelissimo Silvio Lumicisi - non è che si scappa». L'uomo, solito guadagnare 80 euro al giorno, rispose: «Prima piavo 80, che rimango a fa' per 70?». Perquisendo il bunker di famiglia, gli inquirenti hanno trovato un documento eccezionale, una sorta di libro mastro con date e cifre. Per il parco spacciatori e carcerati il clan spende in tutto 18.500 euro al mese, ma i Cordaro possono contare ancora su un cospicuo patrimonio. Dall'8 gennaio al 7 febbraio 2016 hanno incassato 124mila euro.

SOLDI E COCA PER UCCIDERE
L'hanno chiamata operazione R9, un blitz eseguito dagli agenti della Squadra mobile di Roma. Dalle carte dei magistrati salta fuori uno spaccato di odio e violenza: morti ammazzati, uomini duri e muti, vendette trasversali, donne che sanno, ma tacciono, padri di famiglia pestati con il cacciavite. Da un lato, la famiglia Cordaro, con a capo donna Natasha e il marito Valentino Iuliano. Dall'altro, i devoti di Stefano Crescenzi, condannato a 23 anni di reclusione per la morte di Serafino Cordaro.
 
Da anni, si contendono a fucilate il monopolio dello spaccio a Tor Bella Monaca. Per far fuori Serafino Cordaro, Stefano Crescenzi inaggiò un killer di professione, promettendogli un compenso di 10mila euro. E' stato lo stesso sicario a riferirlo ai magistrati. Quando è finito in prigione, Giuseppe Pandolfo ha iniziato a collaborare con la giustizia. «Sapeva che avevo fegato, mi promise 10mila euro - ha svelato il pentito - ma mi diede 2.300 più 4 grammi di cocaina».
 

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