Roma, vigilessa toglie le multe ai parenti: assolta

Giovedì 23 Marzo 2017 di Adelaide Pierucci
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Nel suo cassetto, al comando della polizia municipale, erano rimaste le multe del figlio, dei vicini di casa, di amici di amici. Lasciate lì per mesi, fino a farle decadere rendendo impossibile la riscossione. Ma lei, una vigilessa addetta al Reparto Elaborazione Sanzionatoria del XIII Gruppo della polizia Roma Capitale, è stata assolta dall'accusa di abuso d'ufficio. Nessun dolo. E per il tribunale, l'assoluzione con formula piena ha una giustificazione: la colpa va addebitata alla «carente organizzazione dell'ufficio della polizia locale».

Il caos organizzativo, insomma, a quanto pare, è noto anche ai giudici. Per i quali, la vigilessa Luana C. non aveva alcuna intenzione di favorire la sua stretta cerchia di pareti e amici. Il caso è stato discusso nei giorni scorsi a piazzale Clodio: l'agente si ritrova sotto accusa nel dicembre del 2013, quando i colleghi scovano nel cassetto della sua scrivania ventinove multe dimenticate. Per la precisione si trattava di atti di ricorso presentati dagli automobilisti contro le contravvenzioni al codice della strada, documenti che, se non trasmessi entro sessanta giorni alla Prefettura, erano automaticamente accolti. Uno stratagemma, secondo la procura, per cancellare le multe.

Di chi? Di amici e parenti, si scoprirà poi. I testimoni in aula, sotto giuramento, confermano. Nella lista degli automobilisti multati e così favoriti ci sono parenti, amici e conoscenti dell'imputata. Per il ricorso trascurato del figlio l'affinità è stata data per scontata. Per la procura c'è piena responsabilità, per i giudici della seconda sezione monocratica del tribunale di Roma no. Se ne riparlerà in secondo grado. Il procuratore generale presso la corte di appello e il pm Laura Condemi, hanno presentato due ricorsi contro la sentenza.

LE CONCLUSIONI
Gli argomenti di opposizione di pg e pm sono pressoché identici: i ventinove ricorsi dimenticati sono troppi per giustificare l'indolenza della vigilessa. Tanto più che non si tratterebbe di un'episodica negligenza o una svista dovuta alla confusione dell'ufficio. Altrimenti, come ha sostenuto l'accusa in aula, tra i ricorrenti trascurati sarebbero dovuti saltare fuori anche nomi di automobilisti che non conoscevano la vigilessa. «E' vero che ho dato dei consigli per redigere i ricorsi», aveva spiegato a processo la vigilessa «E in qualche caso li ho depositati io. Ma nessun favore». Favoritismi o caos in ufficio: le due interpretazioni del caso saranno chiarite appunto in appello. Contro la tesi innocentista del caos in ufficio è già emerso un altro aspetto: i colleghi della vigilessa assolta, nonostante la disorganizzazione, non avevano altrettanti ricorsi trascurati. © RIPRODUZIONE RISERVATA