«Mazzette stile Anni '80», la rete del costruttore: dai politici agli spada

Giovedì 14 Giugno 2018 di Michela Allegri e Rosario Dimito
Giovane, ma con metodi antichi: dispensa mazzette in «pieno stile anni 80», considerando la corruzione un vero e proprio «asset d'impresa», dicono i pm che hanno ottenuto il suo arresto. I collaboratori, intercettati, sono spesso in imbarazzo per il sistema di pagamenti grandi e piccoli che anche loro devono gestire. Luca Parnasi, classe 1977, è un figlio d'arte: il padre Sandro è stato uno dei più importanti imprenditori del settore, iniziò a costruire palazzi a Roma negli anni 40. Con i suoi, l'erede dell'impresa di famiglia sostiene di avere un'idea chiara in testa: tessere amicizie con chiunque abbia influenza - «spenderò qualche soldo sulle elezioni», «è un investimento» -, guadagnare grazie ai rapporti con chi detiene il potere. Per questo è sempre in cerca di informazioni su chi sia sulla cresta dell'onda. Addirittura, quando estende il raggio d'interesse sul litorale romano, si informa su Roberto Spada, rampollo del clan mafioso che, per la procura, per anni ha tenuto sotto scacco Ostia. Chiede informazioni al consigliere comunale Roberto Bordoni: «Roberto Spada l'hai conosciuto?». E va dritto al punto: «È gente che muove affari importanti?»



Uno degli esempi più chiari del «sistema Parnasi», sono proprio i progetti su Ostia. Quelli in cui dovrebbe aiutarlo Paolo Ferrara capogruppo M5S in Campidoglio - «il nostro uomo sullo stadio» - comprato, per l'accusa, con il progetto di restyling per la zona litoranea da spendere in campagna elettorale. Parnasi è convinto di poter moltiplicare i guadagni, perché la riqualificazione interessa anche alla minisindaca e al clan: «Anche gli Spada, sarebbero interessati che se ne parlasse bene, così si calma la pressione su di loro e continuano a rubà».

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IL METODO
Parnasi dice che il gruppo deve essere in grado di capire la «fattibilità emulsionale», dei diversi progetti, agire in modo «emozionale». La sintesi tra interessi diversi è il metodo: «Sto spingendo col Milan», «ho preso l'ex cinema Rivoli», «ho lanciato una nuova azienda, Ampersand». Si muove a tutto tondo: offre casa a un assessore milanese che rifiuta - «sembravamo i romani dei film», dice un collaboratore -, impiega energie per «un'opera di avvicinamento del Movimento», scrive il gip, senza disdegnare le altre forze politiche. Vuole accontentare Ferrara, «fare immediatamente la roba di Ostia per incassare su Tor di Valle», per «capitalizzare il super rapporto» costruito «con questo qua», per ottenere l'approvazione di altri progetti. Tutte strategie per allontanare dal gruppo lo spettro del dissesto.

Il declino finanziario delle aziende è cominciato ufficialmente l'1 agosto 2017, quando Parsitalia è stata messa in liquidazione. A novembre 2016 era stato siglato con Unicredit - principale creditore del gruppo con 610 milioni - un accordo di debt to equity, cioè di trasformazione delle passività in capitale di Capital Dev, interamente controllata dalla banca milanese, blindato dall'articolo 182 bis della legge fallimentare. Nel veicolo guidato da Claudio Calabi confluirono 460 milioni di debiti a fronte di cinque progetti di sviluppo di un valore superiore, dei quali quattro a Roma e uno a Catania: per avere liquidità, Capital Dev ha emesso il 22 novembre, a favore di Unicredit, un prestito obbligazionario di 15 milioni convertito in capitale. Tra i progetti romani, l'area Maximo Shopping Center sulla Laurentina, dove l'impresa Colombo Costruzione sta costruendo un ipermercato, un cinema multiplex, un centro fitness e un altro centro commerciale a Pescaccio, dove c'è un finanziamento della tedesca Aareal Bank di 160 milioni. Fuori dal perimetro di Capital Dev è rimasta Eurnova, proprietaria dei diritti edificatori del nuovo stadio della Roma e nella quale l'esposizione di Unicredit oggi si attesta a circa 11 milioni. Nella Parsitalia in liquidazione, il credito residuo di Unicredit è di 122 milioni. Ultimo aggiornamento: 07:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA