Spada, la pentita in aula: «Se sei contro ti eliminano»

Giovedì 6 Dicembre 2018 di Adelaide Pierucci
Non solo la bomba piazzata due mesi fa davanti al balcone dei genitori, ma anche i pedinamenti continui, con minacce velate miste a smorfie e sorrisi. «Chi si mette contro di loro è un soggetto da eliminare». Tamara Ianni, la collaboratrice di giustizia che ha aiutato a scoperchiare lo strapotere e gli affari del clan Spada, ieri, ha parlato per ore nel maxiprocesso a carico della famiglia sinti, frutto dei trentadue arresti per associazione mafiosa scattati a gennaio. «Quell'ordigno piazzato di recente dai miei, e quegli sguardi che puntavano a farmi tacere, ma sono qui per parlare», ha detto, «ho preso troppe botte. Non tornerei indietro. Ce l'avevano con me, con mio marito, e pure con mio figlio, che allora aveva due anni. Volevano piegarci, annientare per sempre i Baficchio».

Ossia il clan rivale, capeggiato da Giovanni Galleoni, il temuto zio di Micheal Cardoni il compagno della Ianni, detto appunto Baficchio freddato nel 2011 a colpi di pistola in pieno giorno assieme alla sua spalla, Francesco Antonini, noto come Sorcanera, un duplice omicidio ora contestato a Carmine, il capoclan e fratello di Roberto Spada, il pugile protagonista della testata al cronista di Nemo, in concorso con i presunti esecutori.

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I PESTAGGI
«Gli Spada» ha raccontato la pentita «non hanno mai sopportato che mio figlio portasse questo nome, Giovanni, come Galleoni, che loro si vantavano di aver ucciso. Doveva essere morto per sempre. Per questo hanno cercato di infettarlo col sangue di Pelè (Enrico Spada deceduto 3 anni fa, ndr) che era malato di aids. Per questo mi picchiavano davanti al mio bambino. Per punirlo del nome che portava. Ma era piccolo, aveva solo due anni...». È così, rispondendo ai pm Ilaria Calò e Mario Palazzi, che la collaboratrice, ormai costretta a vivere in una località segreta, ha raccontato le minacce, i pestaggi, e i ricatti subiti. Tamara Ianni, che è anche nuora di Massimo Cardoni, gambizzato dal clan nel 2015, era stata buttata fuori casa, come la suocera, con scariche di botte, e in aula ha confermato quanto emerso mentre era intercettata: «Stanno con le pistole questi. A Micheal gli hanno detto che gli fanno fare la fine de Giovanni e Franchino». Per dare la precedenza al maxiprocesso è slittata ieri la prima udienza in Appello che vedeva sempre sul banco degli imputati Roberto Spada e il gorilla, Ruben Nelson Alvez Del Puerto, condannati a 6 anni con l'aggravante del metodo mafioso per l'aggressione al cronista. Nel frattempo per Del Puerto, difeso da Luigi Tozzi, è stata revocata la misura cautelare per la testata. Resta in carcere per il resto, tranne che per il duplice omicidio, pure decaduto.
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