Roma, stuprate dai rom conosciuti in chat, le ragazzine nella trappola di Alessio: «Disse che ci avrebbe uccise»

Sabato 4 Novembre 2017 di Michela Allegri e Camilla Mozzetti
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«Se avessimo raccontato a qualcuno quello che ci aveva fatto, ci avrebbe ucciso e avrebbe fatto del male alle nostre famiglie. Ci minacciava, per questo non abbiamo detto nulla». Stringe le spalle, quasi a volersi difendere ancora, Paola (così la chiameremo), una delle due 14enni violentate lo scorso 10 maggio in un’area verde di via Birolli, una traversa stretta e senza uscita della via Collatina, alla periferia est di Roma.

«Volevo conoscerlo di persona dopo che per giorni ci eravamo scambiati messaggi su Facebook – aggiunge la ragazza – mi aveva dato appuntamento in chat e ci sono andata con la mia amica, non pensavo potesse succederci questo». Le due giovani avevano paura: «Mario ha chiamato anche a casa e ha parlato con mia madre fingendosi un ragazzo qualunque per convincerla a farmi uscire con lui». Si tratta di Mario Seferovic, 21 anni, residente nel campo nomadi di via di Salone, già conosciuto alle forze dell’ordine e arrestato ieri dai carabinieri della stazione Tor Sapienza.

È finito in manette insieme a Maikon Bilomante Halilovic, 20 anni. Sono accusati di violenza sessuale di gruppo. Nell’ordinanza del gip Costantino De Robbio si legge che hanno agito «con estrema freddezza e determinazione, assoluta mancanza di scrupoli e non comune ferocia verso le vittime». Per il magistrato «potrebbe trattarsi di casi non isolati ma destinati a ripetersi».

“ALESSIO IL SINTO”
«Non usava il suo nome – ricorda una delle minorenni – ma si faceva chiamare “Alessio il Sinto”». La conoscenza virtuale è proseguita per qualche giorno su Facebook: messaggi, scherzi, battute ed “emoticon” a creare una confidenza per poi arrivare a carpire la fiducia di una delle minorenni. «Ci siamo dati appuntamento – ricorda Paola – in un piazzale vicino alla Collatina poi ci ha detto di seguirlo».

L’uomo porta con sé un paio di manette che gli serviranno per bloccare una ragazza a un recinto mentre violenta l’altra. E si fa aiutare da un complice «Christian – dicono le minorenni – si faceva chiamare così», che coprirà l’amico in quella strada stretta di periferia, facendo il palo e controllando che nessuno possa arrivare. Si tratta di Halilovic. Le ragazzine, una volta arrivate in quella strada stretta si spaventano. Cercano di ribellarsi, «abbiamo provato a fuggire ma ci ha bloccato», con l’aiuto del complice.

L’uomo lega una delle due minorenni e inizia ad abusare dell’altra mentre Halilovic controlla che non arrivi nessuno. Finita l’aggressione sulla prima, Seferovic si scaglia sull’altra minore. Passa in tutto meno di un’ora. L’uomo si riveste e avverte le ragazzine di stare zitte, di tenere la bocca cucita «altrimenti vi ammazzo». Per il gip, «la scelta del luogo, irraggiungibile, dimostra la premeditazione, così come l’utilizzo delle manette». Il magistrato non ha dubbi: «Lo stupro era programmato». Dopo la violenza, le due giovani stordite e frastornate, tornano a casa.

LE MINACCE
«Ci aveva avvertito: “se raccontate qualcosa vi ammazzo”». Loro tacciono, nella disperazione. E l’uomo mantiene fede alla parola data: le controlla, tanto da chiamare a casa di una delle due usando il numero di cellulare intestato a una signora romana non residente nel campo nomade. Seferovic arriva perfino a parlare con la madre di una delle minorenni per convincerla a far uscire la ragazza con lui nonostante il suo rifiuto. 

«Avevamo paura, non abbiamo detto nulla per questo». Il terrore le ha completamente paralizzate per un mese intero. Ma a casa, in famiglia, dopo qualche settimana i genitori delle giovani iniziano ad accorgersi che qualcosa non va. Le ragazzine erano diventate taciturne e nervose. Fino a quando non trovano il coraggio di raccontare. Ripercorrono in casa quegli attimi terribili di violenza e, in due abitazioni diverse ma non troppo lontane, esplode la tragedia.

A confessare per prima è la minorenne che aveva conosciuto in chat “Alessio il sinto”, l’amica confermerà tutto. «Le deposizioni appaiono estremamente lineari e coerenti», annota il gip. A portare i carabinieri sulle tracce dei due uomini, il padre di Paola, che con la figlia ha prima raccolto cinque foto di Seferovic, (assistito ora dall’avvocato Amalia Capalbo) e poi quella del complice, Halilovic, (difeso dal legale Emanuele Fierimonte). I due sono stati trasferiti nel carcere di Regina Coeli, l’interrogatorio di garanzia è stato fissato al 6 novembre. 
 

Ultimo aggiornamento: 15:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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