Una sentenza celere/ La differenza tra il «Mondo di mezzo» e le cosche

di Carlo Nordio
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Venerdì 21 Luglio 2017, 00:02 - Ultimo aggiornamento: 00:03

La prima considerazione da fare sul processo di mafia capitale, conclusosi ieri, riguarda la sua rapidità. Gli arresti erano scattati nel 2014; gli indagati erano all’inizio alcune centinaia. In tempi ragionevoli sono state chiarite, e risolte, le posizioni marginali. Sono stati rinviati a giudizio 46 imputati, con decine di capi di imputazioni. In venti mesi sono state celebrate duecentottanta udienze. E ieri, appunto, il verdetto. Tenendo conto dei tempi veterotestamentari della nostra giustizia, e senza voler fare antipatici paragoni con processi che si trascinano da anni, e di cui non si vede la fine, bisogna fare i complimenti agli uffici giudiziari romani.

Detto questo, la sentenza si presta a due letture. La prima, è che la raffica di condanne severe ha confermato l’esistenza di una criminalità radicata e diffusa che ha saccheggiato le finanze e l’immagine della nostra capitale. Quando leggeremo le motivazioni, capiremo meglio il percorso seguito dai giudici nell’irrogare pene così elevate. Ma non crediamo di sbagliare dicendo che esse derivano, oltre che dalla gravità e dalla reiterazione dei reati, dall’allarme sociale provocato da corruzioni, turbative, falsificazioni eccetera che hanno alterato, per anni, ogni regola di etica e di mercato. Va ad onore della procura romana aver portato alla luce, con celere efficienza, un sottobosco così insidioso.

La seconda lettura, tuttavia, è diversa e simmetrica. La sentenza ha infatti riconosciuto l’esistenza di un’associazione per delinquere, ma ha escluso quella di stampo mafioso. Per chi è digiuno di diritto può sembrare una differenza marginale, anche perchè, ripetiamolo, le pene irrogate sono state assai severe, e non di molto inferiori a quelle richieste dalla pubblica accusa. Tuttavia una grande differenza c’è. Perché l’associazione mafiosa si connota per il suo carattere essenzialmente intimidatorio, e costituisce un pericolo mortale non solo per l’economia e la buona amministrazione, ma per la stessa convivenza civile. La sola idea che la capitale d’Italia fosse contaminata, se non addirittura governata, da una congrega violenta e ricattatrice, aveva e ha allarmato il Paese e il mondo sulla stessa tenuta della nostra democrazia. Ora il tribunale, con un coraggio pari al suo rigore, ha duramente punito questo mondo di mezzo, ma ha escluso che il processo di mafia capitale fosse quello della capitale conquistata dalla mafia. Non possiamo certo rallegrarci di veder confermata una serie di condotte tanto gravi, dalle quali Roma faticherà a sollevarsi. Ma almeno siamo consolati di apprendere che questi tentacoli appartengono alla delinquenza comune, e non a quella mafiosa. 

Resta un’ ultima considerazione. E’di pochi giorni fa la notizia che a Roma, su un organico di 190 dirigenti 70 risultano a vario titolo indagati. Questa cifra imponente deriva anche da indagini interne conseguenti al processo conclusosi ieri. Orbene, pur ammettendo che – come la sentenza dolorosamente dimostra - ci sia stato del marcio in Campidoglio, è difficile pensare che in esso regni ancora una così alta percentuale di ribaldi. La realtà piuttosto è un’altra. Che l’attuale connubio di alcuni fattori, cioè la complessità e l’indeterminatezza di vari reati, primo fra tutti l’abuso d’ ufficio, e l’obbligatorietà dell’azione penale, produce una iperproduzione di inquisiti, gran parte dei quali, per fortuna viene alla fine prosciolta. Purtroppo questa minacciosa proliferazione ha ispirato una serie di cautele che ne rallentano, a paralizzano l’attività: molti sindaci e assessori non firmano più nulla, per paura di trovarsi un domani in procura, e peggio ancora sui giornali.

Ebbene, la lezione della sentenza di ieri dovrebbe essere anche questa. Che se da un lato è possibile scoprire e punire l’illegalità, dall’altro è necessario coniugare la certezza del diritto con l’efficienza e la serenità della pubblica amministrazione. E questo si può ottenere soltanto semplificando le leggi e le procedure, rendendole chiare e distinte. Perchè è da questo pasticcio che nascono sia la corruzione dei malandrini sia le esitazioni degli onesti. Anche senza l’intimidazione. Anche senza la mafia. 
 

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