Roma, Rebibbia: caccia agli evasi dal carcere groviera

Roma, Rebibbia: caccia agli evasi dal carcere groviera
di Luca Lippera
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Venerdì 28 Ottobre 2016, 08:10 - Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre, 19:17

Allarmi che non allarmano, lime che spuntano dal nulla. Rebibbia: tre evasioni in soli due anni. Tante, troppe per un istituto penitenziario così importante, al centro di uno dei quartieri più popolosi della Capitale, il Tiburtino. E tra i residenti sale la preoccupazione di ritrovarsi in casa l'evaso. Tre, in questa ultima occasione. E mentre infuria la caccia all'uomo ecco puntuale la polemica. «Questi episodi sono il segno che l'attuale amministrazione del sistema penitenziario non funziona - dice il segretario dell'Osapp, Leo Beneduci - i detenuti sono diminuiti ma gli eventi critici e i reati in carcere sono aumentati. Gli agenti sono pochi, manca il personale. Attualmente a Rebibbia ci sono 1.370 detenuti, una cifra comprensiva dei 39 arrivati da Camerino. Gli agenti sono 620 quando l'organico dovrebbe essere di 940, quindi c'è un sotto organico di oltre 300 persone». Per Beneduci «l'Amministrazione penitenziaria andrebbe commissariata e sostituita con dei manager: basta con i magistrati a cui fine carriera, come prebenda, viene affidato il vertice del Dap». «L'ennesima fuga - concorda Giuseppe Moretti, presidente dell'Unione sindacati di Polizia Penitenziaria (Ussp) - è frutto della riduzione dell'organico che impedisce di coprire tutti i posti di servizio».

TRENT'ANNI FA
Il carcere sulla Tiburtina ne ha viste veramente di tutti i colori fino a guadagnarsi con gli ultimi avvenimenti la fama di carcere groviera. L'ultima evasione, prima di quella di ieri, risaliva allo scorso febbraio, ma la più rocambolesca di tutte è di trent'anni fa. È il 23 novembre del 1986 quando un elicottero spunta all'improvviso nel cielo e va a posarsi nel mezzo del campo da calcio del penitenziario durante l'ora d'aria. Due detenuti si staccano dal gruppo e salgono sul velivolo aggrappandosi ai pattini. Gli uomini in fuga sono l'estremista nero Gianluigi Esposito e il criminale franco-tunisino Andrè Bellaiche. La preparazione dell'evasione è spettacolare. I complici hanno sequestrato poco prima un elicottero della Croce Rossa all'ospedale San Camillo e hanno costretto il pilota a fare rotta verso Rebibbia. I due riescono a scappare in Francia ma dopo poche settimane verranno catturati e riportati in cella.

I TUNNEL
Appena un anno più tardi un tunnel lungo alcuni metri viene scoperto dalle guardie penitenziarie. Il cunicolo partiva da una panchina. Sempre nel 1987 sparisce nel nulla Giuseppe Mastini, meglio noto con il soprannome di Johnny lo zingaro: ripreso pure lui, viene trasferito a Volterra. Nel 1989 viene scoperta un'altra galleria. Lo scavo, lungo sedici metri, largo 50-80 centimetri, parte dalla sala socializzazione del settore G7 ed è arrivato quasi al muto di cinta. Le guardie carcerarie, scoprendolo, evitano un'evasione di massa. Dal carcere sulla Tiburtina, nel 1996, riesce a scappare anche il terrorista palestinese Majed Al Molqui, condannato per il sequestro della nave Achille Lauro. Lo ritrovano in Spagna poco tempo dopo, ma l'episodio conferma che Rebibbia - estremamente grande - è altrettanto esposto ai tentativi di fuga.

Il 12 febbraio del 2014, Giampiero Cattini e Sergio Di Paolo, in prigione per reati legati alla droga, segano le sbarre della loro cella e riescono a scappare utilizzando delle lenzuola annodate con cui scavalcano il muro di cinta. Prima di andarsene lasciano un biglietto di scuse alla direttrice. Ripresi pure loro. Nello febbraio di quest'anno due romeni, Catalin Ciobanu e Florin Mihai Diaconescu se ne vanno utilizzando la stessa tecnica: segano le sbarre della loro cella, attraversano un cortile e si issano sul muro, nei pressi di una garritta incostudita, calandosi direttamente sulla via Tiburtina. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziari apre un'indagine interna ma il ritornello è sempre lo stesso. «A Rebibbia - insistono le guardie carcerarie - in alcuni momenti sono nove agenti per trecento detenuti». Un miracolo, si vuole dire, che le fughe non siano molto di più.

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