Marrazzo, a processo il carabiniere del video: «Nessun ricatto, non ho chiesto soldi»

Martedì 18 Aprile 2017 di Michela Allegri
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Nessuna estrosione e nessun ricatto. Nessuna richiesta di denaro. Al massimo, un «comportamento non professionale». E' la giustificazione fornita in tribunale da Luciano Simeone, uno dei quattro carabinieri della compagnia Trionfale di Roma finiti a processo per l'irruzione nell'abitazione della trans «Natalie», in via Gradoli, avvenuta il 3 luglio 2009. In quell'appartamentio, i militari avevano trovato l'allora presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo.

«Quando trovammo Marrazzo in pieno stato confusionale, io e il mio collega Carlo Tagliente girammo un video a nostra tutela perché venisse documentato tutto quello che c'era in quella casa, dai tanti soldi sparsi ovunque, alla cocaina lasciata su un piatto. L'errore più grande fu quello di aver tentato di commercializzare il filmato». 

Per la stessa vicenda sono a giudizio, oltre a Simeone e Tagliente, anche Nicola Testini e Antonio Tamburrino. «Come Arma non abbiamo fatto una bella figura - ha dichiarato il militare - ma se si potesse vedere quel filmato senza tagli, oggi parleremmo di altro, non certo delle pesantissime accuse che la procura mi contesta».

Dopo quattro tentativi di vendita falliti, il video non è stato commercializzato. «Rifiutammo un'offerta di 40mila euro da un'agenzia fotografica di Milano per il video - ha proseguito il carabiniere - un po' perché la ritenemmo bassa, un po' perchè ci accorgemmo di essere seguiti e controllati dal Ros». Gli inquirenti contestano una ventina di capi di imputazione che vanno, seconda delle posizioni, dall'associazione per delinquere alla rapina, dalla violazione della privacy a quella del domicilio. La prossima udienza è prevista il 20 giugno con l'esame degli altri imputati.

Durante il dibattimento, Simeone ha aggiunto altri dettagli: «Abbiamo filmato perché la situazione era più grande di noi e il video avrebbe potuto tutelarci se avessimo proceduto portando il presidente Marrazzo in caserma». L'imputato ha più volte negato di aver preso soldi dal politico. «Appena entrati nell'appartamento - ha detto il carabiniere - la prima cosa che abbiamo visto era un piatto con della polvere bianca che presumo fosse droga e dei contanti. Poi ho visto Marrazzo uscire da una porta, in camicia e mutande. Era in stato confusionale e non era lucido. Malgrado girasse la voce che frequentasse travestiti, siamo rimasti stupiti. Il presidente ci disse che non stava commettendo alcun reato e che conosceva tutti i nostri vertici. Ci chiese di non portarlo in caserma. Non ci sono state minacce nel chiedere di non procedere. Velatamente, ci disse che se l'avessimo portato in caserma avremmo creato dei problemi a lui ma soprattutto a noi».

  Ultimo aggiornamento: 19 Aprile, 17:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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