Roma, «cene e note spese taroccate»: le segretarie di Marino nei guai

Giovedì 14 Giugno 2018 di Adelaide Pierucci
Scontrinogate torna alla ribalta. Dopo la condanna a due anni di carcere inflitte in appello all'ex sindaco Ignazio Marino per le 56 cene private pagate con la carta di credito del Campidoglio e spacciate nei giustificativi di spesa per incontri istituzionali, sul caso si aprirà un processo bis. Sul banco degli imputati chi avrebbe mentito o taroccato le carte per proteggere l'allora primo cittadino, ossia, secondo l'accusa, la collaboratrice Claudia Cirillo e la segretaria particolare Silvia Decina. Il processo è stato disposto ieri dal gup Wilma Passamonti e si aprirà a gennaio.

La Cirillo è chiamata a rispondere del reato di false dichiarazioni al pm, perché, in pieno scandalo scontrinogate, avrebbe tentato di coprire le spalle a Marino, dichiarando a verbale che una sera di luglio 2013 era seduta al tavolo del ristorante La Taverna degli amici con il chirurgo dem per motivi di lavoro, mentre secondo la procura, il sindaco si trovava in compagnia della moglie. La Decina, invece, al processo dovrà difendersi dall'accusa di falso ideologico e materiale. Il pm Roberto Felici, titolare dell'inchiesta, ha ritenuto che l'imputata, in veste di capo della segreteria particolare del sindaco, abbia taroccato i giustificativi di spesa delle 56 cene, costate 12.700 euro, sostenendone la finalità istituzionale nonostante fossero pasti privati. Per il magistrato la segretaria «sottoscriveva 56 dichiarazioni giustificative inerenti le spese sostenute dal sindaco con la carta di credito comunale apponendo in calce alle stesse la sottoscrizione apocrifa del medesimo e ciò nonostante che le indicazioni ivi contenute, tese ad accreditare la presunta natura istituzionale degli eventi finanziati, fossero mendaci».

Per l'accusa Claudia Cirillo, assistita dall'avvocato Stefano Mione, avrebbe mentito sulla cena datata 27 luglio 2013, costata 120 euro. Una spesa salata, soprattutto per una bottiglia di vino da 55 euro. Sorseggiata, secondo quanto ammesso dal ristoratore costretto a un serrato interrogatorio, in compagnia della moglie e non di altre donne, collaboratrice compresa. La Cirillo, non creduta, aveva riferito invece che il sindaco le aveva chiesto un incontro a due per discutere della creazione della Città della Scienza. Marino, assolto in primo grado, e certo di avere la via spianata anche in appello, si ritrova così invece condannato e ritirato in ballo, anche se indirettamente, in un nuovo processo. «Mai utilizzato denaro pubblico per motivi personali», aveva ribadito ai giudici di secondo grado aggiungendo di aver donato 10.000 euro alla città scalandoli dallo stipendio, oppure di non aver chiesto rimborsi per incontri istituzionali come quando incontrò il sindaco di New York, trasformando in incontro di lavoro una vacanza negli Stati Uniti. Il pg, in quella fase, aveva chiesto di riaprire l'istruttoria e di riascoltare sette testimoni, tra cui proprio Silvia Decina e Claudia Cirillo. La corte, però, aveva deciso di procedere direttamente con le discussioni che poi hanno portato Marino alla condanna per peculato. © RIPRODUZIONE RISERVATA