Processo Marra, la linea Raggi: «Se condannata mi dimetto»

Processo Marra, la linea Raggi: «Se condannata mi dimetto»
di Simone Canettieri
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Giovedì 26 Luglio 2018, 00:01 - Ultimo aggiornamento: 27 Luglio, 08:06

In Campidoglio se ne parla il meno possibile. L’argomento è un tabù per tutti: assessori e consiglieri M5S. Solo lei, Virginia Raggi, alterna due stati d’animo ben precisi tutte le volte che termina l’udienza che la vede imputata. Da una parte si dice «tranquilla e serena» di uscire indenne dall’accusa di falso per la nomina di Renato Marra - fratello dell’ex braccio destro Raffaele poi arrestato per corruzione - a capo del dipartimento Turismo. Dall’altra, la sindaca ripete che in caso di condanna «mi dimetterei dopo due minuti». Perché così dice il codice etico dei pentastellati, che lei è pronta a seguire alla lettera. Per non creare imbarazzi al M5S che ora sta al Governo, certo, ma anche perché la sua coscienza le direbbe di fare così. Si tratta di uno scenario lontano, che i suoi legali tendono a escludere, com’è normale che sia. Ma esiste.

LA DIFESA
Racconta l’avvocato Pierfrancesco Bruno: «Se il processo si chiudesse oggi non ci sarebbero i presupposti per ritenere fondata l’accusa di falso nei confronti della sindaca». Raggi è nei guai per aver mentito all’Anticorruzione del Comune in merito alla nomina di Renato Marra. La procura sostiene che dietro a quella promozione ci fu la regia del fratello, la difesa insiste su una manovra all’insaputa della sindaca, che infatti dichiarò di aver agito in autonomia e di aver semmai registrato gli input dell’allora assessore al Commercio, Adriano Meloni. L’ultima udienza di martedì - per il Campidoglio - avrebbe segnato un punto a favore della grillina. Nonostante che dall’interrogatorio dei testimoni sia emersa la longa manus dell’ex capo del Personale, imputato a sua volta per abuso d’ufficio. 
Fondamentalmente la linea difensiva di Raggi è semplice: non sapevo di ciò che Raffaele stava tramando alle mie spalle. A partire dall’aumento di stipendio per il fratello. Ecco perché, ragiona ancora l’avvocato Bruno, «la sindaca non ha mentito, non ha prodotto un falso» e tutti i testimoni sfilati in aula, per la difesa, avrebbero portato acqua al mulino della grillina. Che domani calerà in tribunale due assi nella manica: le deposizioni di Fabrizio Belfiori, segretario particolare della sindaca, e di Franco Giampaoletti, direttore generale del Comune. 

Il primo racconterà delle mail arrivate «per conoscenza» dopo la nomina di Renato Marra, il secondo spiegherà invece com’è cambiata la macrostruttura in Comune. Le falle che prima avrebbero permesso questo cortocircuito e i miglioramenti apportati con la nuova macchina amministrativa post-Marra. Quella di domani dovrebbe essere l’ultima udienza dell’estate, poi il calendario riprenderà a ottobre a tamburo battente con una sfilza di date, per fare in modo che a novembre - salvo imprevisti - si arrivi alla sentenza. O dentro o fuori. Un peso che Raggi vuole scrollarsi di dosso il prima possibile, spiega chi le sta vicino. Il suo atteggiamento in merito all’inchiesta e al processo è cambiato con il corso dei mesi. All’inizio, complice anche l’arresto di Marra per corruzione (per una vicenda che non la vede coinvolta) la preoccupazione in Comune era palpabile.

LA SICUREZZA 
Poi, a colpi di riunioni fiume con il pool di avvocati, la sicurezza di uscire indenne dal processo si è fatto largo, da qui la richiesta di giudizio immediato. Bruno, che è un penalista affermato, ragiona in maniera laica: «La condanna per chi fa il mio lavoro è un’eventualità da prendere in considerazione, ma in questo caso siamo più che fiduciosi». E dunque si ritorna al succo della vicenda che Raggi riassume così: ignara sì, disonesta no. La sindaca ammette che magari, era stata eletta da quattro mesi, è caduta nei giochi dell’esperto Marra, ma la sua coscienza è pulita e nella dichiarazione fornita all’Anticorruzione interna si è mossa secondo la legge e la verità dei fatti. Una teoria, che non convince affatto la Procura. E qui sta lo scontro. E anche il rischio di questa roulette: dentro o fuori. Assolta o condannata. Una finalissima. Dove è contemplata anche la peggiore delle ipotesi, che segnerebbe la fine di un’era in Campidoglio. «Darei le mie dimissioni dopo due minuti, non aspetterei un secondo di più», continua a ripetere la sindaca, forse più a stessa che ai suoi collaboratori, quando la paura la viene a cercare.
 

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