ROMA

Giallo del piede Mozzato, il suocero dell'ultrà: «Uno così cattivo non l'avevo mai visto»

Sabato 15 Agosto 2015 di Lorenzo De Cicco e Alessia Marani

«Io una persona così cattiva non l'ho mai vista». Alla fine il suocero di Gabriele Di Ponto, l'uomo fatto a pezzi il cui piede è stato rinvenuto martedì nell'Aniene, da dietro il bancone del suo bar in Centro, se lo lascia sfuggire. «Appena l'ho visto, ho capito che poteva essere pericoloso. Soprattutto per mia figlia». Un'impressione immediata, dice il papà della ragazza che ha sposato Di Ponto a maggio, e da cui si era già separata dopo un mese e mezzo «per violenze domestiche». «L'ho capito subito», ripete l'uomo, prima ancora, dice, di avere conosciuto tutti i precedenti del genero, a partire dalle rapine alle farmacie messe a segno a colpi d'ascia o con la motosega in mano. Rapine cominciate quando Lele aveva appena 18 anni. Quando ha sposato Roberta (il nome è di fantasia), invece di anni ne aveva 36, lei appena 24. «Anche se con me e mia moglie Gabriele ha sempre avuto il massimo rispetto - racconta il suocero - non sono mai stato d'accordo che mia figlia lo sposasse. Al matrimonio non ci volevo andare».

«NON CAMMINAVA»

Gabriele, racconta il suocero, «non riusciva a camminare». Tanti anni fa qualcuno gli aveva sparato all'anca destra. Un agguato indelebile per Di Ponto che da allora, dopo un'operazione sbagliata per estrarre il proiettile, rimase zoppo. Di guai, il 36enne ne aveva inanellati uno dietro l'altro. E da circa due anni era in cura al Sert della sua zona, San Basilio, per tentare di liberarsi dalla droga. Un'impresa non facile tra i lotti dove era cresciuto e dove il cuore gli si era indurito fino a commettere i primi colpi poco più che ragazzino.

Qui aveva iniziato a tifare Lazio e a muoversi come un piccolo boss, con simpatie neonaziste come testimoniano la scritta «Raus» e una svastica tatuate addosso. Di Ponto non aveva paura. «Se ci arrestano ce la facciamo a testa alta come sempre», scriveva su Facebook. «Assomiglia a chi so' io veroooo..», scriveva su Fb, accanto all'immagine di un diavolo. Il pensiero della morte lo inseguiva: «Oggi è un bel giorno per morire», si era fatto tatuare sul piede poi ritrovato nel fiume.

Le nozze avrebbero dovuto essere l'inizio di una vita diversa. Dopo gli anni dietro le sbarre, aveva lasciato la sua casa a San Basilio per trasferirsi nell'appartamento che una zia partita in Spagna, gli aveva lasciato a Tor Sapienza. È qui che aveva iniziato a vivere con la moglie a maggio, subito dopo il matrimonio. Ma il nido d'amore per la ragazza si era trasformato in un incubo. Il commerciante, 58 anni, di origine tunisina, racconta: «Lui la picchiava per gelosia. Quando veniva qui si comportava bene, ma appena se ne andava era un altro».

Da quando Roberta aveva conosciuto Gabriele, racconta l'uomo, «le nostre vite sono cambiate. Mia figlia l'ho fatta studiare nelle migliori scuole, voleva fare la giornalista. Era piena di sogni. Poi pochi mesi fa ha conosciuto quel ragazzo tramite un'amica e si sono innamorati, anche se i loro erano due mondi diversi. Il primo giorno che l'ho visto è stato qui nel bar. È entrato e mi ha detto che voleva portare mia figlia all'altare. Solo a vedere tutti quei tatuaggi faceva paura. Poi dopo il matrimonio ha iniziato a picchiarla. Per questo lei lo ha lasciato. Ma non ha voluto fare nessuna denuncia, aveva paura di ritorsioni contro la nostra famiglia. L'avvocato ci aveva detto che Gabriele si era già fatto 18 anni di galera». «Ora la mia bambina è all'estero - conclude il suocero di Di Ponto - L'ho dovuta mandare in Francia per evitare che lui le facesse ancora del male». Una cosa ripete, prima di abbassare la serranda del suo bar: «La morte non la auguro a nessuno, la mia piccola è addolorata. Ma ora può cominciare una nuova vita».

Ultimo aggiornamento: 10:18

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