Maxi-rogo di rifiuti allarma Roma: l'ipotesi del sabotaggio

Mercoledì 12 Dicembre 2018 di Michela Allegri e Camilla Mozzetti
La colonna di fumo inizia ad alzarsi densa poco dopo le 4.20 del mattino. Minacciosa, scuote l'aria e il risveglio della Capitale. Uno dei due principali impianti per il trattamento meccanico-biologico dei rifiuti quello del Tmb-Salario inaugurato nel 2011 sull'omonima strada alle porte di Roma Nord, va a fuoco. A essere avvolta dalle fiamme è l'area di stoccaggio iniziale dell'immondizia: un capannone di circa 2 mila mq nel quale i camion dell'azienda municipalizzata del Comune riversano i rifiuti da trattare. La Procura di Roma, sequestrando l'area, ha aperto un'inchiesta per disastro colposo senza escludere tra le possibili cause del rogo anche il sabotaggio. È un dettaglio a insospettire chi indaga: le telecamere di videosorveglianza dell'impianto, sempre perfettamente funzionanti, erano staccate da quattro giorni. Fuori uso dal 7 dicembre. Nessun video diretto aiuterà gli inquirenti a ricostruire le dinamiche del rogo. I due vigilanti, sentiti dagli investigatori, hanno detto di non essersi accorti del problema. Una circostanza che potrebbe avere agevolato l'autore di un eventuale atto doloso, in grado di agire certo di non essere ripreso dai sistemi di controllo.

A condurre le indagini sono i carabinieri della compagnia Roma Montesacro in collaborazione con il comando Tutela ambientale dell'Arma. Ieri sera hanno depositato l'informativa preliminare sul tavolo del procuratore aggiunto Nunzia D'Elia e dei sostituti Luigia Spinelli e Carlo Villani.

LA DINAMICA
Sono da poco trascorse le 4 del mattino quando, ad accorgersi che qualcosa non va per il verso giusto, è uno dei due vigilanti in servizio nello stabilimento. L'uomo come ogni notte mentre il suo collega è nel gabbiotto all'ingresso sta ispezionando l'impianto. «Mi trovavo nella sala controllo racconta agli inquirenti dentro al capannone, quando ho sentito uno schioppo, un'esplosione». Il vigilante però non nota nulla di strano, non vede nessun intruso nello stabilimento: «Non c'era nessun altro oltre a me nell'area antistante la vasca». Da lì, l'allarme ai vigili del fuoco che arrivano in via Salaria quando il fumo ha già preso ad alzarsi da una montagna di rifiuti indifferenziati alta 9 metri.

Sul posto vengono dirottate 10 squadre di pompieri e 40 uomini. Le operazioni di spegnimento vanno avanti per tutto il giorno e l'intera notte, e sono talmente ingenti da richiedere il supporto di un carro schiuma e di mezzi aeroportuali.

LE IPOTESI
Diverse le ipotesi al vaglio degli inquirenti che per far luce sulla dinamica hanno predisposto una serie di perizie tecniche sulla vasca di raccolta e sull'impianto antincendio. L'anomalia nel sistema di videosorveglianza è emersa al termine di un primo sopralluogo dei pm. Quel che è certo al netto delle proteste dei comitati di quartiere e dei residenti che da anni denunciano miasmi e cattivi odori, facendo scattare varie inchieste in procura è l'inconsueto sistema di protezione dello stabilimento. Basta infatti costeggiare l'impianto attraverso una strada sterrata per arrivare nella zona posteriore del Tmb-Salario e accorgersi che per entrare ci vuole poco. Una rete metallica rotta permette l'accesso ad un piazzale dove un banco è già posizionato addosso al muro di cinta dietro cui si svela l'impianto. Basta un po' di agilità e si arriva a due passi dal capannone andato a fuoco.
Tecnicamente, secondo una prima ispezione condotta dal comandante provinciale dei vigili del fuoco, Giampietro Boscaino, «la ricostruzione per cui a innescare l'incendio sia stata l'autocombustione dei rifiuti è un'ipotesi poco attendibile». E questo perché le prime fiamme sono divampate sulla superficie della montagna d'immondizia e non alla base, come invece dovrebbe accadere quando i rifiuti, dopo esser stati scaricati, restano per giorni e giorni ammassati e possono prendere fuoco a causa del calore e dei gas sprigionati per la lunga stasi. Ecco allora che si fanno strada la pista del gesto doloso, compiuto forse da uno o più individui, e un'altra ipotesi: quella secondo la quale durante uno degli ultimi scarichi sia stato riversato nella vasca del materiale già infiammato. Bisognerà accertare inoltre che nessun macchinario, andato poi andato fuoco, abbia prodotto un cortocircuito, mentre da fonti dell'Ama trapela che il colore delle fiamme sarebbe simile a quello di un rogo causato da solventi.

LE RILEVAZIONI
Per la Capitale si apre una dura fase: la raccolta già critica potrebbe implodere sotto le festività di Natale e l'amministrazione comunale, d'accordo con la Regione, sta valutando di esportare i rifiuti in altri siti fuori da Roma. Ma oltre a questo c'è il rischio per la salute delle persone. Ad andare a fuoco sono state tonnellate di rifiuti, oltre ai macchinari usati nel capannone e composti anche di plastica. Dopo una prima rilevazione, compiuta intorno alle 13, su diverse centraline, l'Arpa Lazio in serata non escludeva la possibilità della presenza di diossina nell'aria e non solo nella zona prospiciente all'impianto di via Salaria. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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