Scontrino gate, la cacciata boomerang che travolge il Pd romano

Sabato 8 Ottobre 2016
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Il naufrago Ignazio che affonda la nave da cui è stato buttato a mare. Eccola l'immagine del boomerang Pd. E Marino, la cui vicenda degli scontrini fu cavalcata dal suo partito per liberarsi di lui ma ora l'arma s'è rivelata fallace, ride e festeggia mentre Matteo Orfini e i suoi compagni masticano amaro. S'arrampicano sugli specchi. Sbandano e vorrebbero non vedere il doppio schiaffo in faccia che hanno tirato a se stessi e al Pd nazionale. Prima, con la defenestrazione di Marino sotto i colpi finali della questione morale, hanno spianato la via della conquista di Roma ai 5 stelle, ai quali si accodarono in quella battaglia. E ora che la condotta dell'ex sindaco nei ristoranti con le sue note spese non è stata condannata dai giudici, i dem subiscono la maledizione dell'Ignazio triumphans.
Orfini, commissario del Pd in uscita e plenipotenziario nella stagione dell'ascesa e della caduta del Marziano, cerca di parare il colpo così: «Ricordo che chiedemmo le dimissioni di Marino non per gli scontrini (a farlo fu Sel) ma perché incapace di risolvere i problemi di Roma». Peccato che lo stesso Orfini, in queste ore sbertucciato sui social, scriveva sulla sua pagina Facebook il 10 ottobre del 2015 a proposito degli scontrini: «Le ultime inquietanti vicende - a cui non è stata ancora data una spiegazione - finiscono per incrinare la fiducia nei confronti di Marino. Sono vicende che non possono essere sminuite se un uomo della legalità, come Alfonso Sabella, ha fatto sapere che avrebbero impedito la propria permanenza in giunta qualora il sindaco non si fosse dimesso». E sempre Orfini, a quel tempo: «Se vado a cena con i miei genitori, pago io. Sono fatto così». Ovvero in maniera opposta a quella di Marino tra le cui accuse figurava quella di aver cenato con la famiglia a spese del Comune.
IL NOTAIO
Dunque, il Pd sotto il doppio schiaffo prova - secondo antica tradizione di provenienza - a ritoccare la fotografia della storia fingendo di non essere stato grillin-giustizialista nella questione appena smontata dai giudici e che fu la spinta definitiva per portare i suoi 19 consiglieri comunali nello studio del notaio in cui fu sigillata con carta da bollo la morte politica del Marziano a Roma? Era il tempo in cui un assessore renziano, Stefano Esposito, in giunta parlava così: «Non possiamo finire tutti i giorni sui giornali per una storia di scontrini». E più tardi, sempre lui: «Marino non fa che dire mezze verità e bugie sugli scontrini non rendicontati e sulla storia della Onlus». Defenestrato il sindaco, ancora Esposito: «Abbiamo mandato a casa un bugiardo. Uno che mente sulle note spese». Un consigliere di allora, Gianni Paris, racconta adesso: «La richiesta di dimissioni di Marino prese come pretesto la storia degli scontrini». Altri dei 19, già allora dubbiosi fino all'ultimo secondo prima di dare la firma al notaio, ammettono a mezza bocca: «Sbagliammo a grilleggiare contro Ignazio». La nemesi è nelle scene di ieri. Con Marino, in conferenza stampa, che chiama «Pinocchio» il rivale Orfini, o lo definisce con sarcasmo l'«Illuminato Commissario», e mena fendenti ai danni di Renzi che in questo pasticcio ha messo del suo. Intanto tra i dem e nel resto della sinistra si sbizzarriscono in molti contro il commissario e un po' contro il premier: da Bassolino («Ma qualcuno del Pd romano e nazionale chiederà almeno scusa a Ignazio Marino?») a quelli del circolo Donna Olimpia («L'assoluzione di Marino sottolinea ancora una volta il fallimento della gestione del nostro partito nella Capitale») e a deputati romani come Marco Miccoli: «L'incapace Raggi sta al Campidoglio anche per tutto questo». Per non dire del diluvio di tweet di cui il più tenero è il seguente: «Difficile trovare un politico che le abbia sbagliate tutte, ma proprio tutte, come Orfini». Il quale a lungo difese il sindaco sempre e comunque a dispetto delle sue macroscopiche defaillance amministrative. E successivamente, per obbedire ai superiori, saltò in groppa al pretesto perfetto - le note spese - cercando come al solito la supplenza della magistratura per sbrogliare una matassa che la politica e il suo partito non sapevano affrontare in altro modo.
IL FINALE
E così, siamo al degno finale (ma ci saranno gli altri gradi di giudizio) di una storia di doppia incompetenza da dilettanti. Quella che ha spinto il Pd a cavalcare lo scontrino-gate come malinteso bagno purificatore rispetto ai poteri marci della sinistra nella passata gestione di Roma e quella che ha mostrato l'incapacità di Marino di sapersi difendere subito, dando risposte non evasive e facendo quella chiarezza sui pasti e sulle cene che avrebbe smosciato la vicenda. Il risultato è che il Pd già crollato in questa città al 17,2 per cento (con M5S al 35,6 nel voto di giugno) prende un'altra botta forte. Marino maramaldeggia e minaccia improbabili vendette da conte di Montecristo. Roma sta nelle mani della Raggi che non sa che cosa farne. E Orfini è stato ribattezzato Compagno Boomerang.
Mario Ajello
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