La tela del Supremo, Manlio Cerroni:
immondizia d'oro e regali ai partiti

Venerdì 10 Gennaio 2014 di Davide Desario

È il re dell’immondizia. Da quarant’anni detta incondizionatamente legge sullo smaltimento dei rifiuti nel Lazio e non solo.

Nell’inchiesta della Procura di Roma sulla gestione dei rifiuti della Capitale c’è chi lo chiama «il Supremo». E basta leggere le intercettazioni agli atti per rendersene conto: lui chiama il commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, il prefetto Goffredo Sottile, «Sono Cerroni...» e questi scatta sull’attenti: «Eccomi».

Già, Cerroni. Manlio Cerroni 87 anni, originario di Pisoniano (un paesino di 700 anime sui Monti Prenestini di cui è stato, come nelle migliori tradizioni, anche sindaco democristiano). È il patron del Co.La.Ri, il Consorzio Laziale Rifiuti che gestisce da oltre trent’anni la discarica più grande d’Europa (250 ettari), quella di Malagrotta alla periferia Ovest della Capitale dove è finita tutta l’immondizia di Roma, Ciampino, Fiumicino e della Città del Vaticano: circa 4.200 tonnellate di immondizia al giorno e considerando che per ogni chilo il Comune pagava 0,044 euro ogni anno il ras dell’immondizia intascava 44 milioni di euro. Cerroni ha tre grandi passioni: il giardinaggio, la squadra della Roma e, appunto, i rifiuti.

I RAPPORTI CON LA POLITICA

Con i rifiuti e le discariche Cerroni ci è diventato ricco. Anche grazie al benestare di quasi tutti i politici che si sono alternati in Campidoglio e in Regione a cui era solito elargire fior di donazioni alle varie fondazioni: «Ventimila euro solo nel 2008» secondo le indagini. In particolar modo l’area del centrosinistra. Un nome su tutti l’ex assessore comunale alla Mobilità della giunta Veltroni e poi amministratore delegato dell’Ama, Mario Di Carlo (scomparso qualche anno fa). «Per me è come un figlio» diceva di lui Cerroni. E infatti Di Carlo aveva un rapporto strettissimo con la figlia di Cerroni. Prima di venire travolto dal suo scandalo personale il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, (oggi tra i 21 indagati nell’inchiesta condotta dal Noe) riuscì nell’impresa di assegnare proprio a Di Carlo la delega ai rifiuti: insomma tutto in famiglia.

Altro fedelissimo di Cerroni è Bruno Landi, presidente di area socialista della Regione Lazio negli anni Ottanta e ancora oggi influente in certi salotti romani. Un’unione fortissima sugellata proprio dall’inchiesta che ha fatto scattare le manette per entrambi. Ma alla fine più o meno tutti hanno fatto i conti con il “re dei rifiuti”: nelle carte dell’inchiesta, tra gli altri, si fa il nome dell’ex assessore Giovanni Hermanin (sempre area ex Margherita) ma anche di Romano Giovannetti, segretario particolare dell’ex assessore regionale (Pdl) Pietro di Paoloantonio .

L’IMPERO

Cerroni è un ras il cui impero è invisibile. Ha messo su una ragnatela di società che, si stima, fatturino quasi un miliardo di euro all’anno. Lui appare in prima persona nelle più importanti. Nelle altre ha posizionato le due figlie e uomini di fiducia come Francesco Rando (arrestato anche lui). Non ha banche di riferimento, non è quotato in borsa. E, così facendo, il suo impero è cresciuto al punto da arrivare a gestire il trattamento dei rifiuti non solo all’ombra del Colosseo ma anche a Brescia, Perugia, in Albania, Romania, Francia, Brasile, Norvegia fino in Australia. I suoi uffici sono in zona Eur. E all’Eur c’è Romauno, la televisione privata nella quale Cerroni ha investito ispirandosi all’americana New York One. Ultimamente, però, il suo core business è entrato in crisi. La discarica di Malagrotta dopo anni di proroghe è stata definitivamente chiusa. Una batosta che si aggiunge ad un altro stop improvviso a settembre del 2012 quando il Campidoglio scoprì che l’ad dell’Ama, Salvatore Cappello (subito messo alla porta), stava per siglare con il Co.La.Ri di Cerroni un contratto che vincolava l’Ama a pagare 500 milioni di euro in dieci anni per il trattamento meccanico biologico.

LE INDAGINI

A peggiorare la situazione sono arrivate le inchieste della magistratura. Molti i filoni: la gestione di Malagrotta e l’inquinamento delle falde acquifere; il sequestro del gassificatore entrato in funzione con un’autocertificazione irregolare; gli impianti per la produzione di cdr (combustibile ricavato dai rifiuti) che Cerroni ha realizzato ad Albano Laziale; e per ultima la vicenda dei lavori senza autorizzazione a Monti dell’Ortaccio. Ma per i suoi legali è tutto regolare. Tutto a posto.

Ultimo aggiornamento: 13:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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