Mafia Capitale, quel colpo al caveau della banca del tribunale per ricattare i giudici

Mafia Capitale, quel colpo al caveau della banca del tribunale per ricattare i giudici
di Cristiana Mangani
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Lunedì 8 Giugno 2015, 05:35 - Ultimo aggiornamento: 08:01

Più che un furto, uno schiaffo: era la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1999 quando un commando, guidato da Massimo Carminati, violò il caveau della Banca di Roma all'interno del Tribunale di piazzale Clodio. Uno dei luoghi che avrebbe dovuto essere tra i più difficili da espugnare, e anche uno dei meno attraenti per comuni “cassettari”, visto l'indice di rischio. Vennero svaligiate 147 cassette di sicurezza su 900.

A distanza di anni, dopo indagini, arresti e tre gradi di giudizio, sono gli atti dell'inchiesta Mafia capitale a confermare quella che è sempre sembrata l'unica vera ragione del colpo: acquisire documenti per ricattare giudici e avvocati. È proprio Salvatore Buzzi, che del Nero conosce fama e misteri, a tirare in ballo la vecchia storia, mentre con l'ex brigatista Emanuela Bugitti discute su quale sia il modo più rapido per recuperare atti riferibili alla locazione di un complesso immobiliare, di nuova costruzione, a Nerola.

La chiave di tutto è ancora una volta Carminati, a lui nessuno è in grado di dire di no. Ricorda Buzzi: «Lui fa na...na rapina alle cassette di sicurezza della...(furto al caveau della Banca di Roma, ndr)...trovano de tutto e de più». Aggiunge Bugitti: «Sono i giudici che mettono le cose». Allora Buzzi spiega: «Eh, qualcuno è ricattabile. Secondo te perché non è mai stato condannato. A parte questo reato, tutto il resto sempre assolto...».

CONDANNA LIEVE

Il furto al caveau costerà quattro anni di pena al Cecato, e decadrà l'associazione per delinquere. Una pena decisamente poco elevata che, comunque, si ridurrà a poco o niente nel 2006, quando potrà usufruire del terzo indulto della sua vita. I magistrati di Perugia che indagarono sulla razzia alla Banca di Roma sono riusciti a ricostruire i particolari di quel colpo grazie ad alcuni testimoni. Tra questi Giuseppe Cillari, le cui vicende giudiziarie sono legate all'omicidio Casillo e alle attività della Banda della Magliana. «Una sera - riferì ai pm - vennero da me Pasquale Martorello, Piero Tomassi e Stefano Virgili che volevano disfarsi dell'oro. È avvenuto dopo l'arresto dei carabinieri». All'incontro erano presenti l'ex cassettaro e neo-imprenditore Virgili, che di lì a poco verrà colpito da mandato di cattura, e altri complici del colpo. Ricorda ancora Cillari: «Mi hanno parlato di 5 quintali d'oro da piazzare e io ho detto che quell'oro valeva il prezzo di mercato meno il dieci per cento. Complessivamente 50 miliardi. Mi è stato detto che c'erano anche altri 5 miliardi di certificati, più un miliardo e 200 milioni in contanti. L'oro è stato sepolto prima nei pressi di Viterbo, poi a Montalto di Castro. Martorello sa dov'è».

IL TESTIMONE

I magistrati insistono per sapere se non gli sembri strano che i ladri si siano preoccupati solo dopo il furto di trovare un canale per riciclare i soldi. «Il vero scopo - rivela il ricettatore - non erano i soldi, ma i documenti che valgono molto più dei gioielli. So che hanno documenti importanti. Il motivo per cui è stato fatto il furto è stato quello di prendere dei documenti che potessero servire a ricattare i magistrati e so che i documenti sono stati trovati. Mi è stato riferito che il furto sarebbe stato commissionato a Virgili da alcuni avvocati, due romani. So che l'interesse era rivolto a documenti di magistrati, in modo da poterli ricattare per la gestione dei processi importanti che hanno su Roma. Uno di questi si trova a Montecarlo con Tomassi e tale Giorgio Giorgi, dei servizi segreti».

Individuare i mandanti non è stato possibile, il mistero rimane ancora aperto. Su Carminati e presunti ispiratori “politici”, poi, nessuno ha voluto aggiungere nulla. Nemmeno Vincenzo Facchini, uno dei complici nel colpo che ha scelto di collaborare. Davanti a quel nome ha manifestato addirittura un atteggiamento ostruzionistico, e al pm Mario Palazzi che gli ha chiesto dei suoi rapporti con il Nero, ha risposto: «Dottore, questa domanda mi mette sotto la ghigliottina. Io questo signore non lo conosco e non lo voglio conoscere».