Mafia capitale, ingordi furbastri e bulli
i nuovi mostri che "mangiavano" Roma

Mafia capitale, ingordi furbastri e bulli i nuovi mostri che "mangiavano" Roma
di Mario Ajello
4 Minuti di Lettura
Sabato 6 Giugno 2015, 08:37 - Ultimo aggiornamento: 08:56

ROMA - Salvatore Buzzi, in uno degli interrogatori, ha assicurato ai pm: «Non sono un mostro!». Invece lo è? Lo sono insieme a lui anche gli altri che nuotano nella grande mangiatoia di Mafia Capitale e arraffano tutto l'arraffabile?

«I mostri» del celebre film di Dino Risi erano naturalmente, al confronto, delle simpatiche educande. E anche «I nuovi mostri» con Sordi che non è Buzzi, Carminati che non è Gassman, Odevaine che non è Tognazzi. La cifra antropologica del «mondo di mezzo», di questa galleria di volti, di storie, di crimini e di imbrogli in cui si mescolano il Padrino, Tomas Milian e Plauto, è la voracità senza freni e senza limiti. Con una particolarità impressionante e che è forse l'immoralissima morale di questa storiaccia. Ecco come parla la compagna di Buzzi, Alessandra Garrone, a proposito dei politici a libro paga: «Certo che non stanno messi troppo bene, in termini di moralità, questi consiglieri». Il bue che dà del cornuto all'asino, in questa «Fattoria degli animali» con tanto di mucca da foraggiare e mungere? I politici sono al guinzaglio dei criminali e i criminali vedono i politici come esseri più avidi di loro e più spregevoli. La retorica anti-casta sfonda perfino in quel sottobosco mafioso che con la casta è complice e consanguineo.

IL REGISTA

Così si auto-descrive Buzzi: «Mi merito l'Oscar della regia. Nessuno me la darà mai». E infatti - vedi sopra - Don Salvatore non è Dino Risi. E' l'ex galeotto che macina milioni sporchi ma ci tiene a presentarsi come un travet del malaffare e non come un mammasantissima. E' il simbolo della banalità del male: «Io faccio 'sto lavoro pe' du' lire. E rischio la galera!». E per di più si lamenta speso, perchè rimane imbottigliato nel traffico. Non come lorsignori, i veri ladri, che hanno l'autoblù.

I TENGO FAMIGLIA

I mafiosoni e quelli che, a Roma, si chiamano i piottari. Nella galleria dei burocrati corrotti, ecco gente come Mauro Cola (dipartimento Patrimonio del Comune) o Gaetano Altamura (dirigente del X dipartimento del Comune) o Brigidina Paone. Si vendono, secondo i pm, in cambio di casucce e di lavoretti per figli e nipoti.

IL MAZZIERE

Il rito tribale della violenza è incarnato soprattutto da Carminati. Er Cecato su un «politico che nun conta un cazzo»: «In altri tempi, gli avrei dato una pizza in testa». Di un altro emissario della politica, si legge nei brogliacci: se il suo incontro con Carminati andava male, «quello lo sotterrava in mezzo al campo».

LA SVENTOLA

In una storia di bulli e pupe, ci sta bene Ilenia Silvestri. Come cartina di tornasole del machismo coatto di quelli della banda. E' la ragazza di cui si dice: «Abbiamo preso una a lavora' alla raccolta differenziata. Una fica da paura, uno e settanta, du' zinne!».

IL RAFFINATO

E' una figura che c'è in tutte le gang. Nell'antropologia criminale è quello che dovrebbe incarnare la finta presentabilità. Jean Paul Belmondo? No, il costruttore Daniele Pulcini, che se la spassa a Porto Cervo e «nun gliene frega 'n cazzo. Mica sta come noi che dovemo sta' sur pezzo pe' magnasse 'n pezzo de caciotta!».

GLI INGORDI

«Me li sto a compra' tutti 'sti politici», ma a Mirko Coratti («Prima ancora di mettersi a parla', vuole 10 mila euro» e uno stipendio fisso per il segretario Figurelli) e a Luca Gramazio sembrano non bastargli mai. Il classico esempio di come diverse matrici politiche possono andare a coincidere su un unico modello antropologico-criminale.

IL POLTRONISTA

Quello che più che soldi chiede posti. E' il caso, leggendo le intercettazioni, di Massimo Caprari, consigliere comunale del Centro democratico.

L'ONOREVOLE

Ovvero Giordano Tredicine. E' il simbolo dell'imbroglio provinciale e familiare (monopolio delle caldarroste e dei camion bar) che si mette il blazer e dell'affarista che si fa politico. «Potrebbe diventare premier», godono Buzzi e Carminati.

IL PARIOLINO

Luca Odevaine lo conoscevano tutti nella Parioli di sinistra negli anni '70. Già prometteva male: furbastro e sòla. Ma ancora presentabile. Poi si è istituzionalizzato, ha infinocchiato i suoi referenti politici ed ora eccolo qui: imprenditore mafioso sulla pelle degli immigrati. Fa parte di quella razza snob a cui l'estetica del male ha preso la mano, tra cinismo e crudeltà.