Roma, Imprese strozzate dal clan: il sistema Fasciani a Ostia

Sabato 26 Agosto 2017 di Mirko Polisano
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«Siamo amici dei Fasciani e dei Casalesi. Ti facciamo sparire». Storie di commercianti strozzati dai clan a Ostia. L'ultima su cui sta facendo luce la procura di Roma riguarda due imprenditori che sono finiti nella rete di estorsioni e minacce delle organizzazioni criminali che sul mare di Roma continuano a dettare legge.

I LEGAMI
C'è un filo rosso che lega Ostia alle cosche di Casal di Principe. È il messaggio del fuoco, delle intimidazioni e dei suoi affiliati che sul litorale hanno declinato il modello della mala di Sandokan e Cicciotto a quello di Don Carmine e dei suoi che da queste parti hanno sempre spadroneggiato.

Un calvario durato due anni per gli esercenti che avevano aperto un'autorimessa in pieno centro a Ostia. Un business che fruttava, ma su cui altri volevano fare nuovi affari. La tecnica era collaudata e sempre la stessa: prima far depositare il capitale per costituire la società e poi estromettere i soci per rilevare l'attività. La scusa è quella dell'indebitamento: la società va in rosso di mezzo milione di euro, nonostante il lavoro ci fosse e i guadagni giornalieri arrivassero a un incasso che oscillava poco al di sotto dei tremila euro. Ma fatture false e sponsorizzazioni di eventi mai avvenuti hanno portato la ditta al tracollo, all'insaputa dei due esercenti che sono stati poi travolti da un vortice fatto di minacce e ricatti. Inizia così il loro incubo. I clan vogliono mettere la mani sull'autorimessa.

Ai titolari che, nonostante tutto non vogliono lasciare, si presenta un (finto) avvocato che propone la sua assistenza legale per risolvere i problemi societari. In cambio, chiede 20mila euro.

IL RICATTO
Poi, sei mesi più tardi, ne chiede altri 10mila altrimenti «li avrebbe rovinati e gli avrebbe fatto bruciare il garage dai suoi amici di Ostia, Napoli e Caserta», come recita l'informativa trasmessa poi in Procura.

Ma i due imprenditori decidono di ribellarsi al clan. Denunciano l'uomo, che viene arrestato dalla polizia di San Basilio. Il messaggio arriva ai capi del sodalizio criminale: i boss tre giorni dopo si presentano nell'autorimessa a bordo di una moto di grossa cilindrata. «Se non ritratti tutto, ti spezziamo le gambe», hanno detto a uno dei due commercianti. Le intimidazioni non finiscono: le telefonate si fanno sempre più insistenti. Una notte uno dei due imprenditori ritrova un foglio di carta sulla porta di casa con la scritta: «infame ce la pagherai». L'altro, mentre è in macchina con la moglie, viene invece affiancato da uno scooter. Avvicinato all'altezza del finestrino, il motociclista estrae una pistola nera e indirizza l'arma contro il volto dell'uomo, prima di dileguarsi nel traffico. I Fasciani le cose non le mandando di certo a dire.

IL GIRO
Le testimonianze delle due vittime saranno nuovamente ascoltate dal gip tra poco più di un mese, il prossimo 4 ottobre. E la loro versione sarà importante per capire ancora di più quel meccanismo di usura adottato dalla criminalità organizzata che opera a Ostia e dintorni. Un metodo di acquisizione dei clienti che è ben rodato e che è stato tratteggiato in circostanze ed episodi diversi anche dagli altri finiti nella rete di racket ed estorsioni. Chi si ribella sa che rischia la vita. I legali degli imprenditori hanno chiesto l'aggravante della metodologia mafiosa. La Procura di Roma ha tentato di archiviare il fascicolo. E sul caso si rischiava di far calare definitivamente il sipario. Le vittime dell'estorsione con i loro avvocati si sono opposti, ottenendo la riapertura dell'istruttoria. Ora, spetterà ai pm romani decidere.

mirko.polisano@ilmessaggero.it

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