Roma, vice prefetto ucciso da bus turistico, la sua storia sul New York Times: decideva quali profughi accogliere

Domenica 7 Ottobre 2018 di Valentina Errante

Giorgio De Francesco, classe 64, laurea in Giurisprudenza alla Sapienza, era molto più che un burocrate impiegato al ministero dell'Interno. La cifra della sua professione era la passione per il diritto europeo, parlava perfettamente inglese e francese, contava su master e specializzazioni. Ma era soprattutto un uomo che tutti i giorni, da presidente della Prima commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Roma, dove aveva chiesto di essere trasferito, si trovava a decidere sullo status di rifugiato e sull'asilo politico dei migranti. E che fosse dotato di altri strumenti, oltre alla conoscenza del diritto, lo dice il fatto che la sua storia fosse finita sul New York Times. La sua e quella di Metabor, un richiedente asilo del Bangladesh.

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STORIE DRAMMATICHE
«Il giorno in cui non proverò più niente, chiederò di smettere. Avrò perso la mia umanità», aveva raccontato al giornalista che per scrivere il reportage assisteva alle sedute della sua commissione. Mille e 200 domande da esaminare e storie drammatiche sulle quali decidere. I primi passi al Viminale, il viceprefetto li aveva mossi al dipartimento Pubblica sicurezza, era rimasto in quegli uffici per oltre dieci anni. Poi, per due anni, dal 2002 al 2004 aveva prestato servizio nel Gabinetto dell'allora ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu. Nel 2004 era stato promosso viceprefetto, dal 2007 al 2010 si era occupato delle relazioni comunitarie e internazionali al dipartimento Vigili del Fuoco. E in questa veste aveva rappresentato più volte l'Italia alle sessioni plenarie del gruppo Protezione civile della Nato, come capo delegazione. Dal 2015, la sua passione era diventata esercizio quotidiano: si occupava di valutare la marea di domande di asilo.
 

 

IL REPORTAGE
Jim Yardley, sul New York Times ha raccontato nel 2017 la «gerarchia della miseria» che penalizza chi arriva in Italia per questioni economiche. E di De Francesco diceva: «Durante uno dei suoi giorni peggiori, De Francesco camminò fino a Piazza della Minerva. Lì, circondato dalla grandiosità decadente della città antica, ebbe quasi un crollo emotivo dopo avere ascoltato il caso di una donna nigeriana. Aveva sofferto molto. Aveva perso i suoi genitori. La sua famiglia la maltrattava. De Francesco si era dovuto allontanare per ricomporsi, perché sapeva che avrebbe dovuto votare contro di lei e che la sua richiesta sarebbe stata rifiutata».
 

Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre, 07:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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