Delitto Varani, il giudice: «Foffo freddo calcolatore, non è pentito»

Giovedì 11 Ottobre 2018 di Adelaide Pierucci
Marco Prato, Luca Varani e Manuel Foffo

Sul corpo della vittima ferite superficiali di coltello, lesioni figurate che il medico legale ha ricondotto a un “disegno”.

LEGGI ANCHE Omicidio Varani, confermati 30 anni per Foffo ma senza l'aggravante della premeditazione

Gli atti giudiziari parlano per la prima volta del corpo del povero Luca Varani come di una tela disegnata, sfregiata. Di un corpo, reso inoffensivo dall’Alcover (una droga narcotizzante) e sfigurato da sevizie e crudeltà. Che non possono essere escluse, quindi, dal novero delle aggravanti. E’ una delle argomentazioni con le quali la prima corte d’Assisse di Appello di Roma, in trenta pagine, ha motivato la negazione di sconti di pena per Manuel Foffo, lo studente universitario condannato, in primo grado, a trenta anni di carcere per l’orrore del Collatino.
 

 

Un orrore, che il presidente della corte Andrea Calabria, il giudice a latere Giancarlo De Cataldo e i giudici popolari, hanno considerato commesso, in piena complicità, assieme all’amico Marco Prato, morto suicida in carcere proprio all’apertura del suo processo, e confessato da Foffo più per convenienza processuale che per ravvedimento. E’ lo stesso Manuel Foffo, hanno ricordato i giudici, ad aver ammesso di aver torturato la vittima. In «un esercizio atrocemente compiaciuto e ripetuto di violenza sadica», viene aggiunto nella sentenza, «scatenato da una coppia di individui impegnati nel portare a termine un disegno perverso che prevedeva il raggiungimento del piacere personale attraverso l’inflizione di sofferenza a una vittima».

LA MATTANZA
Eppure la decisione dei giudici d’appello sulla mattanza del 4 marzo del 2016 nell’attico dell’imputato in via Igino Giordani pare scontentare tutti. All’accusa non è stata riconosciuta l’aggravante della premeditazione, bocciata in primo grado e riproposta dal procuratore generale. Alla difesa è stato ricordato, ai fini della piena consapevolezza dell’imputato, che «Foffo, nelle ore immediatamente successive al delitto ha intrattenuto intimità non lontano dal cadavere, si è riposato e ha posto in essere un’attività di depistaggio, disfacendosi degli abiti e del telefono cellulare della vittima». E «ha reso confessione non a seguito di ravvedimento, ma di un preciso calcolo di fronte alle inequivocabili prove».

Non è bastata al difensore di Manuel Foffo, l’avvocato Fabio Menichetti, portare l’argomento delle neuroscienze, e l’insieme di studi compiuti sul cervello e il sistema nervoso dell’imputato, risultato pieno di fragilità e di due polimorfismi, che ne condizionano la gestione di vergogna e rabbia. Nonostante sia riuscito a mettere d’accordo tutti i periti del caso sul disturbo della personalità del suo assistito, la Corte ha comunque concluso, così come ricostruito dal proprio collegio peritale, che l’imputato al momento dell’omicidio era capace di intendere e di volere. «Il disturbo è di tale gravità da incidere sul delitto?», chiede e risponde la Corte d’assise d’appello: «La risposta è negativa».

In definitiva, si ricostruisce, quando la perizia di parte evidenzia che «Foffo non capiva che cosa stava facendo e se lo avesse capito non lo avrebbe fatto, ma non capendolo non poteva trattenersi dal farlo, si contrappongono due elementi che risultano determinanti». Il primo: Foffo sospende l’uso di droghe per riottenere la patente. Secondo: Foffo decide di assumere droghe in vista del compimento di azioni a sfondo sadico-sessuale su una vittima ancora da individuare. «Gesto deliberato e volontario perpetrato con piena consapevolezza delle conseguenze». La conclusione: «Si tratta di elementi inoppugnabili che non consentono di ritenere la condotta consapevolmente tenuta dall’imputato come il prodotto dell’interazione fra il disturbo di personalità e il fatto reato, l’omicidio, che resta immune dal primo».
 

Ultimo aggiornamento: 12:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA