I reati e le trappole della rete per i ragazzi: la polizia postale svela come neutralizzarle

Giovedì 8 Giugno 2017 di Federica Macagnone

Una rete in cui i più giovani rimangono impigliati. Una terra di nessuno, come viene erroneamente descritta dai ragazzi, dove tutto è lecito e non si ha la consapevolezza dei rischi. Foto e video a “rischio” condivisi on line pensando che la diffusione sia priva di conseguenze. È un quadro a tratti sconfortante quello che emerge da «Quanto condividi?», lo studio curato dalla Polizia postale e dall'università La Sapienza di Roma, in collaborazione con il Dipartimento della giustizia minorile, con il duplice obiettivo di analizzare le abitudini degli adolescenti sul web e capire quanto siano consapevoli dei reati informatici che loro stessi e i loro amici possono compiere con determinati comportamenti e azioni on line.

La ricerca. L'indagine ha riguardato 1.874 ragazzi tra gli 11 e i 19 anni. La maggior parte di loro utilizza i social network per varie ore dal telefonino. In testa c'è Whatsapp, con 9 ragazzi su 10 che dichiarano di farne uso. Cinque su 10 preferiscono Instagram, mentre solo uno su dieci usa Twitter. Quanto ai motivi, la maggior parte di loro (6 su 10) afferma di utilizzarli per socializzare o per semplice curiosità. Sui social gli adolescenti condividono soprattutto messaggi e foto (6 su 10) e video e notizie (2 su dieci) ma in pochi si pongono la domanda su dove finisce quel materiale. «Molte volte i ragazzi non percepiscono l'immagine come proprietà di qualcuno - dice Cristina Bonucchi, psicologa della Polizia postale e delle comunicazioni – Pensano: “Nel momento in cui la ricevo o la vedo sui social diventa mia”. Questo è uno degli elementi di maggior inconsapevolezza che hanno i ragazzi ed è il maggior pericolo per chi vede la propria immagine diffusa».

La diffusione dei contenuti. Alla domanda «a chi è accessibile il materiale che condividi?», infatti, solo il 35% dei ragazzi dei licei ha risposto con l'opzione «tutti», mentre il 37% di quelli delle medie ha risposto «solo destinatario». «Risulta evidente - si legge nella ricerca - che una gran parte dei ragazzi delle scuole superiori di primo e secondo grado resta convinta che i materiali pubblicati in rete abbiano una diffusione limitata». Analizzando le reazioni emotive dei ragazzi di fronte a storie realmente accadute, sono poi emerse sia la tendenza dei ragazzi a colpevolizzare la vittima quando questa ha accettato di inviare video e foto, sia il fatto che la maggior parte di loro ha difficoltà a prevedere le conseguenze di atti e comportamenti anche gravi. Parole pesanti, indiscrezioni diffamatorie, aggressioni verbali in rete sembrano essere senza conseguenza per loro, tanto che solo il 36% dei ragazzi delle scuole superiori dimostra di comprendere che i video e le immagini postate hanno un pubblico globale ed eterno. Un comportamento dal quale scaturiscono naturalmente dei rischi.
«La vita reale è fusa con la vita virtuale e in entrambe ci sono molti rischi - sottolinea Nunzia Ciardi, direttore della Polizia postale e delle comunicazioni - È la potenza dello strumento ad amplificare i rischi che si possono correre. Stare al chiuso di una stanza non ci fa rendere conto dei pericoli che si corrono. I ragazzi, in particolare, difettano di consapevolezza emotiva, non riescono a essere empatici e, spesso, non sono in grado di calibrare il disvalore di un gesto. Consapevolezza ed educazione possono aiutare a utilizzare una risorsa senza rischiare. Molto spesso non hanno la percezione che le loro azioni possono avere delle conseguenze penali. Rimangono sbigottiti quando gli contestiamo un reato».

Il fenomeno Blue Whale. Immancabile il passaggio su uno dei fenomeni della rete esplosi negli ultimi tempi e che terrorizza i genitori. «È preoccupante nel senso che, in una sorta di fascinazione perversa, ha sedotto molti ragazzi - continua Nunzia Ciardi - Abbiamo avuto svariate segnalazioni, ma attualmente i fenomeni eterodiretti sono pochi, la gran parte sono casi di emulazioni: ci si raggruppa e si segue questa pratica perversa usandola come detonatore di un disagio già esistente.
Fortunatamente in Italia abbiamo avuto solo alcuni tentativi di suicidio e non siamo neanche certi che si tratti di situazioni riconducibili al fenomeno».

Lo strumento di supporto. Dai risultati della ricerca è nato il “toolkit safe web” della Polizia postale, uno strumento per adolescenti, insegnanti e genitori contenente le norme di legge, le caratteristiche principali della rete e dei social, l'indicazione dei principali fenomeni criminali che si alimentano grazie al web. «Il tema della conoscenza, mai come in questo settore, è fondamentale perché troppo spesso si fa fatica a percepire il virtuale, che è invece molto reale - ha detto il capo della Polizia Franco Gabrielli - Per questo abbiamo due imperativi categorici: fare cultura, rendendo le persone consapevoli dei rischi, e fare rete, attraverso le sinergia tra tutti i soggetti coinvolti, avendo chiaro che il bene più prezioso è la crescita delle nuove generazioni». Infine un consiglio ai genitori: «Avere le antenne dritte e cogliere i segnali di disagio. Se c'è il sospetto di un'attività criminale ci si può rivolgere direttamente a noi. Ma, soprattutto, parlare con i ragazzi e fornire loro dei controstimoli per stare in modo corretto in un ambiente così esposto come quello della rete così esposto». 

Ultimo aggiornamento: 9 Giugno, 12:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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