Casamonica, nelle sue mani l'eroina della Capitale ma lui diceva: «Sono solo uno zingaro»

Venerdì 21 Agosto 2015 di Sara Menafra
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Su Youtube il più cliccato è un video in cui canta My Way: interno giorno, in una casa piena di quadri e di uomini con gli occhiali da sole e i capelli lunghi. Ed è vero, Vittorio Casamonica «did it» a modo suo, come urlava Frank Sinatra. Negli anni '70 è tra i capifamiglia del clan sinti che, da secoli radicato in Abruzzo, decide di spostarsi a Roma in cerca di fortuna. Il commercio di eroina è ancora un affare emergente e per la famiglia è facile inserirsi, anche grazie ai rapporti di parentela con i nomadi Di Silvio. Come racconta l'ordinanza di custodia cautelare che nel 2012 porta dentro 39 affiliati ipotizzando per la prima volta che i Casamonica siano un'associazione per delinquere (l'accusa è stata recentemente smontata in appello), la famiglia è «del tutto autosufficiente nelle modalità di approvvigionamento della sostanza stupefacente, nelle condotte di cessione, nell'organizzazione dell'acquisizione dei proventi e del loro reinvestimento». Dunque, può battere la concorrenza anche sui prezzi. Vittorio è considerato un capo, o almeno uno dei capi. Nel 2004, quando una maxi retata colpisce il clan ma lui subisce solo un sequestro ed una interdittiva antimafia, tutti sanno che in famiglia lo chiamano «Il Re» come ricordavano ieri i manifesti appesi in chiesa. Ai giornalisti che lo vanno a cercare, risponde sorridente: «Sono uno zingaro e vendo macchine, non so niente di mafia e usura. La mia famiglia ha sempre commerciato cavalli».









IL BUNKER

La base operativa della famiglia, dove periodicamente si svolgono blitz che non hanno mai decapitato l'organizzazione, è nella zona della Romanina: un popoloso agglomerato di edifici originariamente abusivi, non lontano dallo svincolo del Gra verso l'autostrada Roma- Napoli. Da qui, la famiglia controlla le aree meridionali della città, soprattutto i quartieri Appio, Tuscolano, Anagnina, Tor Bella Monaca. E lo fa in modo militare. Scrive la Direzione nazionale antimafia in un dossier sul Lazio: «Particolarità del gruppo criminale è quella di attuare un controllo sistematico di varie strade, trasformate in una sorta di enclave all'interno della quale la polizia giudiziaria non riesce a svolgere i suoi compiti istituzionali sia per il rischio di ritorsioni anche violente, sia per la sussistenza di una rete di sorveglianza efficacissima composta da punti di avvistamento controllati dalle cd. sentinelle». La forza e il controllo territoriale, consentono ai Casamonica di stringere accordi anche con le 'ndrine dei Piromalli e dei Molè oltre che con la criminalità romana (la collaborazione è stata stretta anche con la Mafia capitale di Carminati).



IL LEGAME CON NICOLETTI

Vittorio fin dall'inizio ci mette del suo. A metà anni '80 è accanto all'ex cassiere della Banda della Magliana Enrico Nicoletti nell'attività di recupero crediti o di estorsione contro i negozianti che si rifiutano di obbedire ai voleri dell'usuraio. Sarebbe stato lui il garante del patto che permette al cassiere di chiamare «gli zingari» quando un venditore di auto di lusso rifiuta di restituirgli l'anticipo già versato, o quando un altro concessionario non vuol cedere l'attività al cassiere che si è invaghito del suo redditizio autosalone. Tutto quello che guadagna, «il Re» lo investe. Soprattutto in opere d'arte. Nel corso della retata del 2004, quando 400 agenti della Dia si presentano nel fortino dai rubinetti d'oro della Romanina, restano sorpresi dalla quantità di beni preziosi accumulati dal capo clan che ha in casa persino dei vasi archeologici. L'ultima Ferrari, invece, Vittorio Casamonica l'ha comprata un anno fa, con una truffa che gli è costata una condanna di un anno e pochi mesi.



Ultimo aggiornamento: 11:08