Caos Atac, altra stangata: il Fisco vuole 23 milioni

Venerdì 18 Agosto 2017 di Lorenzo De Cicco
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Attanagliata dai creditori, con una sfilza di ingiunzioni di pagamento arretrate, alle prese con un debito da centinaia di milioni con le banche, invischiata in una crisi di liquidità sempre più profonda, per l'Atac potrebbe arrivare una stangata anche dal Fisco. Un rapporto interno dell'azienda infatti ha messo nero su bianco i carichi pendenti con l'Agenzia delle Entrate della più grande partecipata dei trasporti d'Italia. Un elenco di 12 procedimenti tra contestazioni della direzione regionale dell'Agenzia, accertamenti dell'Ufficio grandi contribuenti, atti della direzione Provinciale. In totale, secondo il Fisco italiano, sono in ballo oltre 20 milioni di euro: 23.311.322 euro, per la precisione.

GLI ACCERTAMENTI
Alcuni procedimenti ancora aperti e non saldati risalgono addirittura al 2003 (due diversi avvisi di accertamento, rispettivamente per 10,4 e 2,5 milioni di euro); altri risalgono al 2004 e al 2005 (3 milioni più altri 436mila euro); altri ancora sono più recenti e sono arrivati tra il 2012 e il 2017: cinque contestazioni, una per anno, per un ammontare complessivo di 1,2 milioni di euro. Si tratta, si legge nel documento, di «cartelle di pagamento», per cui non è prevista la presentazione di una garanzia fideiussoria.

OPERAZIONE FINANZIARIA
Il report sugli accertamenti fiscali che gravano sull'azienda comunale è stato stilato da poco ed è legato a un'operazione finanziaria avviata dal vecchio amministratore unico di Atac, Manuel Fantasia, nominato dai Cinquestelle a settembre 2016 e poi scaricato i primi di agosto per far posto al nuovo ad Paolo Simioni, vicino all'assessore Massimo Colomban, l'uomo di Casaleggio jr nella giunta di Roma. Per fare cassa e restituire alla municipalizzata un minimo di disponibilità finanziaria (Atac non salda i fornitori da mesi e ormai è problematico anche solo pagare gli stipendi dei 12mila dipendenti), l'ex au Fantasia decise di vendere i crediti d'imposta a una società privata. A fine giugno il manager ha firmato una determina per «cedere i crediti tributari» vantati dall'azienda e iscritti al bilancio «per Ires e Iva». Al netto degli interessi, si tratta di 36 milioni e 126 mila euro. «La cessione - è scritto nel provvedimento di giugno - costituisce elemento cardine su cui si fonda il cash flow dell'ultimo quadrimestre del 2017».

Senza quei fondi si avrebbero «gravi ripercussioni sulla liquidità dell'azienda, che non può contare su fonti alternative di finanziamento». Se l'operazione non andasse in porto, in sostanza, Atac preventiva «significative ricadute sull'operatività aziendale» e quindi sui servizi, dagli autobus alla frequenza dei treni della metropolitana. Insomma, per garantire le corse dei mezzi pubblici, quei crediti dovrebbero essere ceduti il prima possibile.

LA SCADENZA
Il valore dell'appalto - il bando scade l'11 settembre - è di 1 milione e 785mila euro, soldi che andrebbero alla società disponibile a fornire subito ad Atac il valore dei crediti per poi riscuoterli successivamente. Nel dettaglio si tratta di 9,1 milioni di crediti dall'Ires (in buona parte per la mancata deduzione dell'Irap di alcune spese per il personale) e di 27 milioni di crediti maturati dall'Iva.

INADEMPIENZA
Sono crediti che la partecipata del Campidoglio spera di cedere «pro soluto»: ciò significa che Atac non dovrà rispondere dell'eventuale inadempienza del debitore (che però non è un privato, bensì lo Stato) ma garantisce solamente l'esistenza del credito. Il punto è che trattandosi di crediti d'imposta, una delle ditte interessate ha chiesto ad Atac di conoscere anche tutte le pendenze col Fisco che gravano sulla partecipata del Campidoglio. Per capire se si tratti di una partita di giro ed evitare sorprese in sede di riscossione. Ecco perché l'azienda ha dovuto elaborare un rapporto anche sui carichi pendenti e sulle cartelle di pagamento. E il conto, per l'azienda di via Prenestina, ancora una volta è salato.

  Ultimo aggiornamento: 19 Agosto, 20:55

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