Banchi di piazza Navona, il "ricatto" dei Tredicine per boicottare il Natale

Martedì 9 Dicembre 2014 di Camilla Mozzetti
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La chiamano solidarietà ”tra poveracci”. Restare chiusi tutti, senza ritirare le concessioni, per non mandare a casa 43 famiglie.

La versione ufficiale che gli esercenti di piazza Navona ripetono tra loro e ai passanti che, increduli, chiedono il motivo dell'assenza dei tradizionali banchi per la festa della Befana. Ma dietro c'è ben altro: un ricatto che vuole proteggere il business di una lobby. E a suon di bare e lumicini, simboli della protesta-ricatto messa in piedi dalla «banda» che boicotta la festa della Befana, si punta il dito contro l'amministrazione del primo municipio, rea di aver ridotto le classiche postazioni da 115 a 72. Una riduzione necessaria a tutelare il decoro della piazza. Poi c'è l'altra versione, che ha il sapore della verità.



IL MONOPOLIO

Perché tra quelli che gridano solidarietà c'è anche chi, rientrando nella graduatoria del nuovo bando, licenziato dalla presidente del mini-Comune Sabrina Alfonsi, ieri avrebbe voluto lavorare e montare la sua postazione, ma non ha potuto. La parola «dissenso» non va d'accordo con la solidarietà, vera o semplicemente imposta. Ad aprire sono solo 12 ”spettacolanti” e il giostraio. Perché le associazioni da anni a capo degli ambulanti del mercato della Befana hanno dettato la linea: «O apriamo tutti o nessuno». Guarda caso, quelle associazioni, Apre e Associazione ambulanti di piazza Navona, sono guidate da Alfiero e Mario Tredicine, zii del consigliere comunale di Forza Italia, Giordano.



IL BANDO

Il primo municipio, d'intesa con l'assessorato alle Attività produttive di Roma Capitale, guidato da Marta Leonori, aveva elaborato un nuovo bando per assegnare le postazioni. Criteri semplici: nessun aggravio economico per gli esercenti ma riduzione dell 38% dei banchi per motivi di decoro. In mostra solo merci legate al Natale. Le associazioni di piazza Navona sono andate su tutte le furie perché lì, da anni, oltre a calze e mele stregate, si vendevano oggetti che con le feste avevano poco in comune: bigiotteria, maglieria, panini con la porchetta. Certo, non tutti fanno capo direttamente alla famiglia Tredicine dicono gli esercenti. Ed è vero: su 115 licenze solo una quindicina portano il nome del consigliere comunale azzurro. Poi, però, ci sono i parenti diretti e ”indiretti” della famiglia di lobbysti che da anni tiene in pugno il commercio ambulante di Roma e le associazioni che hanno posto il divieto per tutti. Le amministrazioni parlano di ricatto. «Molti esercenti non hanno ritirato la concessione ottenuta, li abbiamo chiamati ma nessuno si è presentato» dice l'assessore al Commercio del mini-Comune, Jacopo Emiliani. «Non possiamo piegarci ai ricatti» ripetono Alfonsi e Leonori. Se il braccio di ferro continuerà, le amministrazioni troveranno forme alternative. Pur di non cedere alla «banda». Ultimo aggiornamento: 19:00

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