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Atac, sui ticket falsi l'ombra dei clan: spuntano nomi legati alla banda della Magliana

Atac, sui ticket falsi l'ombra dei clan: spuntano nomi legati alla banda della Magliana
di Adelaide Pierucci, Riccardo Tagliapietra
3 Minuti di Lettura
Sabato 14 Giugno 2014, 08:40
Sui ticket fantasma di Atac spunta l’ombra dei clan della Magliana. Dopo i primi avvisi di garanzia per lo scandalo sui biglietti clonati, arrivati ad almeno sette ex top manager dell’azienda, tra cui Gioacchino Gabbuti (ex veltroniano di ferro, confermato in azienda anche dalla giunta Alemanno), ieri è spuntato un altro nome, quello di Antonio Cassano ex direttore generale di Atac (storico braccio destro di Gabbuti), indagato dal pubblico ministero Laura Condemi e dal procuratore aggiunto Francesco Caporale, assieme ai presunti complici, per peculato e riciclaggio.



Ma la lente della magistratura si è spostata anche sulla Sipro, l’azienda in via di Salone a Roma Est, specializzata in sicurezza e trasporto valori, cui è stato affidato dalla dirigenza Atac un ruolo centrale nello stoccaggio e smistamento dei biglietti. Nella Sipro oggi ci sono le figlie dell’imprenditore siciliano Salvatore di Gangi, nonché nipoti di Vittorio, detto er Nasca, accusato di aver avuto rapporti con la Banda della Magliana.



Le indagini. Ai magistrati è bastato scavare nelle aziende partecipate della Sipro (che oggi fa vigilanza per la Regione Lazio, alla Rai e in alcuni Ministeri; non risulta indagata), registrate nei data base della Camera di commercio, attorno alle quali girano parecchie agenzie immobiliari e di altro tipo, per scoprire che ci sono altri nomi nelle visure storiche legati alla criminalità. Nomi che si «toccano» e attraverso i quali è possibile ricostruire molti passaggi che disegnano una sorta di sistema a scatole cinesi mutato negli anni. Tra questi nomi ve ne sarebbe uno in particolare legato alla banda della Magliana: quello di un prestanome del boss Enrico Nicoletti, considerato dagli investigatori il cassiere del clan.



Le perquisizioni. Intanto alla sede Atac di via Prenestina gli uomini della Finanza hanno sigillato carte e alcuni computer in uno stanzone al terzo piano. Si tratta di migliaia di fatture risalenti agli anni in cui Gabbuti e Cassano erano i «deus ex machina» di Atac. Non solo. Le fiamme gialle sono state anche nel bunker della Sirpo in via di Salone dove sono stati visionati i computer e dove sono ancora stoccati almeno 10 milioni di vecchi biglietti, mai usati. Investigatori in visita pure alla Mecstar di Pomezia, la ditta che nel 2008 si è aggiudicata la gara per la fabbricazione per tre anni dei titoli di viaggio Atac.



L’iceberg. La pentola scoperchiata dalla procura romana sembra far intravedere solo la punta di un iceberg, anche dal punto investigativo. I tasselli da mettere insieme sono centinaia, decine i nomi sui quali lavorano i magistrati. Al centro ci sarebbero non solo Gabbuti, Cassano e altri manager di Atac, ma anche una rete di clientelismi, appoggi politici e non solo, fornitori compiacenti, tutti affiliati a un sistema che avrebbe fatto accumulare ad Atac negli ultimi dieci anni un debito colossale, pari a circa 1,6 miliardi di euro. Uno scandalo tenuto a bada negli anni da presunte connivenze a vari i livelli, una pentola che oggi il procuratore capo Giuseppe Pignatone sembra determinato a scoperchiare una volta per tutte.
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