Atac, la beffa della nuova sede che non aprirà: persi 11 milioni

Mercoledì 21 Novembre 2018 di Lorenzo De Cicco

Non ci ha mai messo piede un autista o un impiegato dell'Atac. Nemmeno uno. E c'è da giurare, a questo punto, che nessun dipendente ce lo metterà in futuro, perché a quella sede, la più grande municipalizzata dei trasporti del Paese, ha rinunciato da tempo. Eppure il conto per la società del Campidoglio, e quindi per i contribuenti romani, è salatissimo: 11 milioni di euro. In fumo, senza avere ottenuto nulla. Sembrerà incredibile, ma avrebbe perfino potuto andare peggio, perché l'azienda dei trasporti, nel 2009, aveva versato una caparra da 20 milioni di euro per un palazzo che ancora non era nemmeno stato costruito e almeno adesso, attraverso un accordo con la banca Bnp Paribas strappato dal presidente e ad Paolo Simioni, potrà riaverne indietro 9. Rinunciando però agli altri 11.

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LA DECISIONE
La proposta di transazione con Bnp è stata spedita ai commissari giudiziali di Atac, i quali hanno chiesto ai vertici dell'azienda di «valutare l'opportunità di agire nei confronti dei responsabili per il recupero delle somme non restituite». Cioè per riavere indietro dagli ex manager gli 11 milioni che mancano all'appello. I giudici fallimentari devono ancora esprimersi. Si vedrà. Per ora resta la beffa di un'operazione immobiliar-finanziaria, portata avanti in asse col gruppo Parnasi, che come hanno scritto i revisori legali della partecipata nel dossier sul concordato, è uno degli eventi «che hanno concorso ad acuire» la crisi nera del colosso dei trasporti.

L'OPERAZIONE
Della nuova sede si comincia a parlare nel 2006, ma è una delibera comunale del 2009 a dare il la all'operazione. Incaricato della costruzione è il gruppo di Luca Parnasi, l'imprenditore ora travolto dall'inchiesta sullo stadio a Tor di Valle, che lo vede indagato per corruzione. L'Atac, nonostante proprio quell'anno avesse iniziato a macinare bilanci in profondo rosso (il 2009 si chiuderà con un pauroso -91 milioni) decide di accollarsi l'acquisto di un palazzo da 26mila metri quadri per 118 milioni di euro. E quell'anno, ad accordo fatto con Bnp, che è proprietaria dei terreni di Eur Castellaccio, l'azienda del Campidoglio sgancia la caparra da 20 milioni
I cantieri di Parnasi partono, ma si comincia subito a litigare su tempi e ritardi. Così, nel 2012, l'Atac si accorda per non comprare più l'immobile, ma prenderlo in affitto a 7,9 milioni l'anno, con un contratto di 9 anni rinnovabile per altri 9. In quell'accordo, è prevista anche un'opzione di acquisto del palazzo da parte di Atac a 114 milioni.
La data di completamento dei lavori, scrivono i revisori legali dell'azienda, «è stata più volte prorogata fino al 31 dicembre 2016». A gennaio 2017, «a seguito del mancato completamento delle opere» da parte del gruppo Parnasi, Atac decide di ricorrere alla clausola risolutiva. E chiede indietro la caparra milionaria. Bnp contesta però «i presupposti di fatto e di diritto della risoluzione». Insomma, la vicenda finisce in Tribunale. Con esiti incerti.
Il giudizio sullo scioglimento del contratto è ancora pendente, ma a luglio i magistrati hanno respinto la richiesta dell'Atac di ottenere subito i 20 milioni, sfruttando una polizza assicurativa stipulata in precedenza. Ecco perché l'azienda ha ricominciato a trattare, fino all'accordo con la banca che quantomeno le farà riavere 9 dei 20 milioni già sborsati. Gli altri, del resto, erano già stati prudenzialmente accantonati in un fondo rischi. E ora saranno stralciati per sempre.
 

Ultimo aggiornamento: 12:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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