Biodiversità, sfida cruciale per il futuro del pianeta: l'incontro all'ambasciata di Francia

Giovedì 1 Novembre 2018 di Andrea Velardi
All'Ambasciata di Francia va in scena la biodiversità, sfida cruciale per il futuro del pianeta. «Clima, biodiversità, paesaggio» i temi su cui hanno dialogato il fisiologo ambientale Gilles Boeuf, il filosofo e paesaggista Gilles Clément e Stefano Mancuso, fautore del campo di ricerca pionieristico della neurobiologia vegetale, all’interno del quale si rivaluta la capacità delle piante di elaborare informazioni in una maniera simile a quella di un apparato cognitivo animale, autore di “Plant Revolution. Le pian­te hanno già inventato il nostro futuro” (Giunti, 2017). L'incontro, avvenuto il 31 ottobre, faceva parte del ciclo «Cultivons notre jardin». 

Gilles Clément è uno tra i più noti paesaggisti europei, ideatore di una vera e propria filosofia e visione del paesaggio, del giardino e della natura strutturata attraverso concetti cardine quali il «giardino in movimento», il «giardino planetario» o il «terzo-paesaggio». L’editore Quodlibet ha pubblicato la maggior parte della sua produzione tra cui «Manifesto del Terzo paesaggio» (2005), «Il giardino in movimento» (2011), «L’Alternativa ambiente» (2015). Di recente  ha portato avanti «Becoming Garden», progetto di un giardino nel quartiere Zen di Palermo, appena presentato nell’ambito del festival Manifesta.
 
A Gilles Clément abbiamo chiesto di chiarire il possibile nesso che sussiste tra la sua nozione di «Terzo paesaggio» e quella di «giardino planetario». «Manifesto del Terzo paesaggio», primo libro tradotto in italiano, ha avuto una eco straordinaria proprio perché ha focalizzato il problema dei «luoghi abbandonati dall’uomo» o perché nella condizione di essere irraggiungibili,  impervi, impraticabili o perché è l’essere umano a renderli marginali, periferici, a dismetterli e farli cadere in una sorta di oblio percettivo in una pervasività antropica talmente smaniosa da divenire paradossale e annullare qualsiasi attività o contributo dell’uomo in spazi in cui precedentemente l’uomo plasmatore della natura o l’homo faber ancora più evoluto teconologicamente aveva messo mano. Questi spazi, dalle aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie all’  erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico, variano per forma, dimensione, collocazione sono spesso collocati comunque dentro uno spazio antropizzato o addirittura urbano e urbanistico. Questi territori disattesi e disabitati sono cruciali per la conservazione della diversità biologica. Sembrerebbe quindi che il «Terzo paesaggio» possa essere non solo un luogo negativo, da vedere come sconfitta della visione del «giardino planetario», ma come possibilità di intervento per un recupero, per un ripristino di ricchezza e funzionalità biologica.

Gilles Clément  preferisce però inserire il «Terzo paesaggio» all’interno della ripartizione del «giardino planetario», del recinto della biosfera dove è possibile la vita. Il giardino sarebbe all’origine di tutto, luogo della mescolanza comprensibile solo attraverso «il modello dei nomadi che sono diventati sedentari e hanno messo nel recinto le piante che trovavano la maggior parte, ma le piante scappano e si sistemano in modo libero».  È un sistema emergente che permette circolazione e diversificazione. Per questo il meccanismo del mondo si osserva come un «giardino planetario» e il terzo punto qualificante di questo sistema è che «l’uomo è ovunque nel mondo come il giardiniere è nel giardino». Anche se l’ideale de «L’Alternativa ambiente» di Clément è «l’uomo simbiotico» in grado di riportare in equilibrio il rapporto tra natura e antropizzazione,  di ridare all’ambiente l’insieme di energie che lui gli sottrae ad imitazione del ciclo dell’energia solare. Un uomo simbiotico che diventa uomo-giardiniere in grado di prendersi cura quotidianamente di piccole porzioni di questo grande giardino planetario. Il «Terzo paesaggio» rimane così la parte oscura, negativa di questo sistema, quella dove l’uomo è assente, quella «non protetta dall’uomo».

Poniamo la domanda su un sospetto dualismo della sua proposta. Da una parte c’è una esaltazione della natura spontanea e selvaggia con una critica feroce all’azione dell’uomo,   dall’altro c’è la necessità del lavoro dell’uomo  perché il giardino esista. Ippolito Pizzetti esaltava giustamente l’idea di giardino selvaggio e «naturale» in contrapposizione a quello rinascimentale, più finto e organizzato, ma senza dubbio anche la natura che abitiamo ha bisogno di armonizzazione. «Il giardino esiste, se esiste il giardiniere -conferma il paesaggista francese-. Un giardino oggi però va incontro alla vita, senza ossessione formale della costruzione dello spazio, nel rispetto della biodiversità». Oggi l’ uomo-giardiniere ha assunto un ruolo diverso rispetto al passato perché non è più il semplice costruttore di spazi verdi, ma ha una responsabilità verso la vita. E’ in atto un cambiamento con la presa di coscienza cosicchè il paesaggio non è più una cosa folle e eccentrica. Resta però tutto il problema delle azioni da intraprendere per dare seguito alla presa di coscienza. E così anche il modo in cui far cambiare la politica delle città e inculturare questa visione. Col tono, anche un po’ laconico e disarmato, del saggio che comprende l’importanza delle piccole cose e che è portatore di un’utopia, ma anche la difficoltà di trovare soluzioni, Clément  ricorda però l’enorme problema del mercato e del potere, che dovrebbero convertirsi all’«alternativa ambiente», mentre il titano della Green business tenta in tutti i modi di uccidere la biodiversità.

Prendendo come esempio la città di Roma propone due cose da fare: una pedagogia classica da svolgere in un’aula e una passeggiata esplorativa ed educativa sulla falsariga dei progetti Stalker di Lorenzo Romito alla scoperta della Roma inesplorata e selvaggia. «Loro hanno capito tutto» asserisce il paesaggista francese. E rilancia l’aspetto sognante legato al progetto del giardino e del paesaggio. Anche se la parte più importante è quella della manuntezione, il progetto ha un grande valore pedagogico. Una utopia realizzabile perché «tutti possono diventare intelligenti dal momento in cui si ha accesso all’intelligibilità del contesto. Anche i bambini possono diventarlo come  è accaduto a Palermo con il progetto per lo Zen. Ma solo se la politica apre il canale, l’accesso. O cambiare totalmente le cose come accaduto in una piccola città del Sud della Francia dove il sindaco ha deciso di liberalizzare l’acqua, di riportare il tram nel centro, fornire le mense pubbliche con agricoltura biologica e fare una fiera del libro per discutere questi temi.

Riprendendo la contraddizione tra spontaneità naturale e ruolo dell’essere umano, al margine del nostro dialogo con Gilles Clément, Stefano Mancuso e Gilles Boeuf rilanciano la questione della biodiversità e del rispetto delle spontaneità e della ricchezza della natura. Mancuso ricorda l’ossessione, lo «scarmazzo» camilleriano che ad ogni primavera prende tutti a Roma per l’erba alta, come se questa fosse solo fonte di mali o pericoli, mentre gran parte dell’ambiente urbano «andrebbe lasciato alla crescita disordinata» che salvaguarda la biodiversità. Gilles Boeuf ricorda gli esempi storici del Jardin des Plantes di Parigi, principale orto botanico di Francia, dove «occorreva portare il massimo numero di piante, mentre ora invece occorre limitare per rischi di contaminazione». Si ricordano i tentativi di salvare a tavolino la biodiversità come nel caso della banca di semi della Norvegia. «Ma i semi non vanno conservati in una banca, ma piantati come è accaduto in Sud America con il cacao e il pomodoro, rilancia Boeuf. Non bisogna arrivare al paradosso del Venezuela di brevettare un albero che le popolazioni amerindie conoscevano già da secoli per le sue proprietà antiinfiammatorie. C’è però un serio problema legato alla liberalizzazione delle semenze che è assai frenata anche nella Comunità Europea. La diversità invece è quella che può salvare dal pericolo delle epidemie delle piante e dalle carestia perché più grande è la varietà di semi più potremo sostituire quelli attaccati e vulnerabili con altri. Se non avessimo una enorme varietà di riso, in Cina non sarebbe facile trovare ceppi capace di resistere ai virus che li aggrediscono».
 
Stefano Mancuso sottolinea il paradosso per cui «col passare del tempo le specie di cui ci alimentiamo diminuiscono, un cittadino medio ai tempi della rivoluzione francese consumava 50 vegetali, oggi meno di 16 varietà vegetali o piante, un paradosso perché oggi veniamo in contatto con numero di specie enormi che invece il cittadino francese non aveva prima e dopo la scoperta dell’America. Ma il mercato globale r seleziona pochi genotipi, come accade per le banane che non hanno seme perché le abbiamo trasformate perché il seme ci dava fastidio e che noi consumiamo solo nella versione Banana Cavendish per il 99,99 per cento. Oggi c’è un fungo che potrebbe pregiudicare questa specie e con essa tutto il mercato e l’alimentazione basata su questo frutto». Piccoli esempi per rilanciare la grande e cruciale utopia della biodiversità. Un’utopia difficile, che a volte può apparire semplicistica, difesa e rilanciata con una saggezza minimalista, ma forse perché imita il mistero della vita, semplice e complessa, elementare e tortuosa allo stesso tempo. E proprio per questo come ricorda in conclusione Gilles Clément  «lì dove c’è biodiversità, c’è più possibilità di sopravvivere e di crescere».

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