ROMA

Inchiesta sulla talpa in Procura, agenti corrotti: spunta il traffico di anabolizzanti e divise

Lunedì 5 Novembre 2018 di Adelaide Pierucci
Un distintivo della Squadra Mobile, tre simboli delle Volanti, cinque uniformi complete. Potrebbe esserci un giro illegale di divise vicino ad ambienti della polizia corrotti. Uno degli imputati nel processo alla talpa della procura di Roma e a una squadra di poliziotti ritenuti infedeli rischia un secondo processo bis. Per Massimo Pasquini, il trentenne palestrato, che, su consiglio di un amico poliziotto, aveva messo in contatto la cancelliera Simona Amadio con il boss Carlo D'Aguano, la procura ha appena concluso un altro filone di indagine con la doppia accusa di ricettazione e possesso illecito di segni distintivi di un Corpo dello Stato.

Per il pm Rita Ceraso possedeva illegalmente divise, anabolizzanti, un ricettario e una ricetta falsificata. Perché Massimo Pasquini, difeso dall'avvocato Piergiorgio Micalizzi, fosse in possesso delle uniformi non lo ha ancora spiegato. Di certo Simona Amadio, la cancelliera spiona, accusata di intrufolarsi nel sistema informatico della procura per visionare indagini coperte da segreto istruttorio, non si era attivata solo per Carlo D'Aguano in cambio di soldi e favori. Ma aveva guardato ripetutamente anche la posizione di Pasquini, divenuto poi loro coimputato, nell'inchiesta portata in aula, dopo la retata di arresti di giugno, dal pm Nadia Plastina.

GLI ANABOLIZZANTI
Pasquini è amico del compagno della D'Aguano, il poliziotto Angelo Nalci anche lui arrestato e ossessionato da muscoli e anabolizzanti. Come un altro indagato Francesco T., implicato in traffici di sostanze stupefacenti, anabolizzanti per precisione, per cui la talpa ha sempre spiato. Per poi parlarne con un poliziotto (infedele): «Io ho visto determinate cose (ossia le indagini in corso ndr). Lo dico da sorella: attenzione ai telefonini, attenzione». Degli accessi illegali al sistema Sicp di piazzale Clodio, la Amadio parla in casa di D'Aguano, come un vanto. «Io e Angelo abbiamo tagliato i ponti con lui, con Massimo - aveva rivelato - perché indagato. Aveva divise e anabolizzanti. So tutto». D'altra parte lo stesso D'Aguano aveva sentito la dipendente del tribunale dire al compagno, il poliziotto Nalci, che «a casa non doveva tenere neanche una siringa e che si sarebbe dovuto far vedere con lui il meno possibile». La moglie del boss in contatto con gli agenti aveva commentato: «Pensa te quanto sono corrotti. Quella lavora in tribunale, sa tutti i cavoli, li riporta a lui, e gli salva il sedere». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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