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Roma, Salvatore Tutino: «Se la Raggi mi vuole al Bilancio mi chiami»

Roma, Salvatore Tutino: «Se la Raggi mi vuole al Bilancio mi chiami»
di Simone Canettieri
3 Minuti di Lettura
Martedì 27 Settembre 2016, 08:22 - Ultimo aggiornamento: 08:33

Salvatore Tutino, lei ancora non è stato nominato assessore al Bilancio della giunta Raggi, perché nel 2013 venne attaccato dai parlamentari del M5S con interrogazioni e dichiarazioni pubbliche. Si sente nel mirino?
«Assisto a questa vicenda con un occhio distratto, sono impegnato nel mio lavoro alla Corte dei conti».

Per i big pentastellati lei rappresenta la casta.
«La casta da che mondo è mondo è collegata alla politica, quindi ai politici non a me».

Sta dicendo che ormai sono i grillini la vera casta?
«Lasciamo perdere. Io non voglio accusare nessuno, se mi dicono che appartengo alla casta mi vedo proiettato improvvisamente in un orizzonte sconosciuto».

Cosa le ha detto la sindaca Raggi? Quando vi siete sentiti l'ultima volta?
«Io nemmeno la conosco tanto, la Raggi, quindi non capisco perché dovrei sentirla al telefono».

Ma insomma lei è disponibile a entrare in giunta?
«Certo, altrimenti mi sarei tirato fuori».
Ammetterà che la sua nomina sta avendo qualche incidente di percorso: non si sblocca.
«Credo che il dibattito in corso spieghi molte di queste lungaggini».

E' infastidito?
«No, io non sono alla ricerca di un lavoro, tra due mesi sarò in pensione. Una cosa è il senso delle istituzioni, un altro il dibattito politico, se la cosa si concretizzerà deciderò in autonomia come sempre ho fatto nella mia vita».

Se la Raggi la dovesse nominare tecnicamente da quando sarebbe operativo?
«I tempi non li decido io. Intanto bisogna vedere se decidono loro. Non dipende da me».

Ma lei dovrebbe chiedere l'aspettativa alla Corte dei conti e la procedura potrebbe essere lunga. Può darci un orizzonte temporale?
«Il passaggio tecnico passa attraverso un collegamento tra Comune di Roma e Corte dei conti».

Tutta questa tensione sul suo nome inizia nel 2013. Di Battista disse che lei faceva parte «della casta salva poltrone» perché venne nominato consigliere della Corte dei conti prima dell'introduzione del tetto agli stipendi dei dipendenti pubblici.
«Basta andare a guardare i giornali dell'epoca: ero l'unico che non aveva rapporti con la politica».
Ma non ci fu un'accelerazione sulla sua nomina per salvaguardare il suo super stipendio?
«A me quel provvedimento inserito nella Legge di stabilità non mi faceva né caldo né freddo: non guadagnavo certo 300mila euro».

E allora perché tutto questo caos sul suo nome?
«Fa parte del gioco politico».

Ma lei perché si presta? Per ambizione personale? Senso civico?
«Il discorso è questo: se ho dato la disponibilità c'è un motivo che mi tengo per me, a prescindere dai soldi. Percepisco questo dibattito come spettatore».

Lei dice non conosce la Raggi, i vertici M5S l'attaccano: allora chi l'ha segnalata?
«Io non ho sponsor».

Il padre del capo staff della sindaca è un suo collega.
«Guardi, sono usciti tanti nomi. Evidentemente c'è molta fiducia nella Corte dei conti. Io non ho sponsor».

Non sarà stato indicato anche lei dallo studio Sammarco?
«Queste cose avvengono per motivi strani, interessi particolari, conoscenze. Io ho il mio curriculum che parla per me. Io sono un economista che lavora in mezzo ai numeri e ai testi. In questi giorni sono alle prese con un'audizione che dovremo preparare come Corte».

Quindi?
«Io sono disponibile, aspetto le decisioni delle persone competenti e con la casta non ho nulla a che fare».