Marino, resa tra i veleni: «Ho 20 giorni per ripensarci...»

Venerdì 9 Ottobre 2015 di Simone Canettieri
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La bufera è sulle sue cene, ma Ignazio Marino beve l’amaro calice alle 19.31, l’ora dell’aperitivo. E in una nota indirizzata «alle care romane e ai cari romani» annuncia le dimissioni. Con una postilla: «Sapendo che possono per legge essere ritirate entro venti giorni. Non è un’astuzia la mia: è la ricerca di una verifica seria, se è ancora possibile ricostruire queste condizioni politiche». Non escludo il ritorno, avrebbe detto Califano.

E’ sera, la piazza schiuma campagna elettorale, le bandiere si confondono, in attesa del grande brivido. Nell’ufficio del sindaco ci sono i reduci del cerchio magico, diventato tragico (il capo ufficio stampa Roberto Roscani, il braccio destro Roberto Tricarico, il capo di gabinetto Luigi Fucito e Alessandra Cattoi, la zarina). Alle nove di sera compare un video su Facebook: il messaggio è quello della lettera, i toni netti, il volto un po’ pallido, a tratti la voce si rompe. Soprattutto quando dice che «in questi due anni ho impostato cambiamenti epocali, ho cambiato un sistema di governo basato sull’acquiescenza alle lobbies, ai poteri anche criminali».

LA BARRIERA

La barriera eretta di prima mattina davanti all’offensiva dei due Matteo, Renzi e Orfini, è crollata. «Game over», si scrivono (con emoticon sorridente) i renziani su whatsapp. Nemmeno la mossa di pagare di tasca propria tutte le cene contestate e non - bonifico partito ieri mattina - è bastata. Per tutta la giornata Marino dirà ai suoi che «non sono mie alcune firme sulle ricevute dei ristoranti: le disconosco». Servirà a poco perché ormai «la squallida e manipolata polemica sulle spese di rappresentanza e i relativi scontrini», come la chiama il sindaco, è deflagrata.

LA MATTINA

La ferale notizia porta la voce di Matteo Orfini, l’alleato di un’estate, ora cecchino. «Ignazio, è finita». Gli assessori del Pd, a partire da Stefano Esposito, sanno già del pollice verso di Renzi. E si adeguano: «Entro stasera, Ignazio dovrà lasciare». Inizia lo psicodramma. In piazza arrivano i tifosi fascio-grillini, Marino è barricato con lo staff. La giunta fissata per le 12. Salta. Cattoi manda sms per portare un po’ di clacque in piazza. Il Campidoglio è blindato. Il consiglio comunale va a vuoto. Molti dem hanno già parlato con Orfini e sanno come muoversi, altri andranno da «Ignazio» a titolo personale per dirgli «non mollare». Lui apre le braccia. Il pranzo è veloce. Il tapis roulant è spento in ufficio. Prima che inizi la giunta la telefonata al prefetto Franco Gabrielli, «la mia badante».

E’ un colloquio tecnico: per esplorare gli scenari in caso di dimissioni. La giunta slitta alle 15. «Chi è contro di me è a favore degli affari loschi», dice il chirurgo agli assessori che hanno ricevuto l’ordine di dimettersi qualora lui non lo facesse. Esposito, Causi, Di Liegro, Rossi Doria hanno già rimesso il mandato. Orfini è stato «categorico». Le ragazze della giunta, Marta Leonori ed Estella Marino, le più mariniane del Pd, «sono per continuare». Ma il Nazareno chiama e la delegazione dem lascia il Campidoglio. C’è anche Alfonso Sabella, il pm assessore alla Legalità. La piazza tira le monetine, qualcuno mostra carte di credito. Il sindaco prova l’ultimo tentativo. Convoca la maggioranza e i presidenti dei municipi per cercare un colpo alla De Magistris: andare avanti senza Pd. La riunione è sconvocata. Orfini chiama i consiglieri Pd: se non si dimette lui, lo fate voi anche insieme alla minoranza. Intanto la delegazione di assessori fa ritorno in Comune.

Tocca a Causi, il vice, annunciare e spiegare a Ignazio che è «meglio lasciare». Inizia un’altra trattativa. Marino è pronto a cedere ma vuole, almeno, «un riconoscimento morale» da parte di Renzi: una nota che apprezzi il bel gesto del sindaco convinto che la vicenda degli scontrini finirà in una bolla di sapone. Niente da fare. I messaggi del Nazareno sono netti. Gira questa immagine: sono in campo i fantini, se non bastano ecco gli arcieri.

Poi la freccia colpisce il segno. Arriva la nota della bandiera bianca: «Spero e prego che questo lavoro venga portato avanti, perché non nascondo di nutrire un serio timore che immediatamente tornino a governare le logiche del passato».

Ammette il sindaco che le condizioni politiche «mi appaiono assottigliate se non assenti». Dimissioni da ritirare entro 20 giorni «per una verifica seria». Intanto il messaggio di (quasi) addio è rivolto anche al “suo” partito e al Campidoglio che «senza di me sarebbe stato travolto dal meccanismo corruttivo mafioso che lo ha toccato». Fin qui la stilettata, in serata le lacrime con assessori e staff.

Ultimo aggiornamento: 13:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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