RAGGI

Crisi in Campidoglio, M5S e Pd: paura del voto anticipato

Giovedì 22 Dicembre 2016 di Simone Canettieri
«Ritornare a votare? Ma noooo: la Raggi è la nostra assicurazione sulla vita». Mercoledì pomeriggio, Transatlantico semideserto, in giro gruppi sparsi di parlamentari, destra e sinistra, tutti convinti di un fatto: a Roma meglio rimanere così, le ferite ancora bruciano, le alternative latitano. E inoltre un'altra campagna elettorale a Roma sarebbe davvero troppo pesante. Dopo lo choc delle ultime comunali c'è la consapevolezza diffusa che in giro di candidati disposti a conquistare il Campidoglio nei partiti tradizionali non ce ne siano. Anche il M5S sa benissimo che l'eventuale contraccolpo di un «reset» a Roma costerebbe almeno il 10%: addio sogni di gloria. E quindi? Meglio galleggiare e aspettare.

IL FRONTE GIORGIA
Il centrodestra è messo meglio, però. A ottobre ci sono state le prime prove tecniche di riappacificazione: Fratelli d'Italia, Forza Italia e tutto il mondo ex Ncd vicino al senatore Andrea Augello, che si è inventato il brand Cuoritaliani, hanno presentato una lista unitaria per le elezioni della città metropolitana. Una piccola ricucitura dopo la scissione provocata dalla querelle Alfio Marchini versus Giorgia Meloni. E proprio nelle chiacchiere da buvette, e non solo, la leader di FdI viene vista come l'unica spendibile (con forti possibilità di vincere) nel caso la situazione dovesse precipitare con le dimissioni della sindaca Virginia Raggi o con il commissariamento del Comune per mancata approvazione del bilancio. Due scenari, va detto, che porterebbero a elezioni anticipate con tempi diversi. «Ricandidarmi? Mi potevano votare prima, adesso Roma ha uno splendido sindaco, no?», scherza proprio Meloni, intercettata fuori dalla Camera. «Per il resto aggiunge sibillina vediamo, vediamo...». Anche se adesso nessuno vuole pensarci, nel partito della Meloni in molti ammettono: «Forza Italia non ha più personale politico da spendere, quindi questa volta sarebbero quasi costretti a sostenere Giorgia». La Russa e Rampelli, generali di FdI, alla sola ipotesi si mettono a scherzare. Anzi a cantare il nostalgico Inno a Roma («Sole che sorgi libero e giocondo sul colle nostro i tuoi cavalli doma»). Più banalmente il calcolo che fanno quasi tutti è il seguente: più Virginia Raggi governa più i pentastellati perdono consensi per le elezioni politiche, e quindi avanti tutta, Roma può aspettare. Da qui il tormentone: «Virginia è la nostra assicurazione sulla vita».

IL MODELLO MILANO
Anche il Partito democratico, se si leggono le dichiarazioni controluce, sembra non voler affondare il colpo. Il problema è il capitale umano. «I voti persi - ragiona un dirigente dem - non li riprenderemo più e soprattutto manca il nome forte e quei pochi circoli rimasti sono a terra». Matteo Orfini, da due anni a capo di un partito commissariato per mafia, prende tempo: «A gennaio tireremo le somme». Il deputato Michele Anzaldi, venti anni fa arcigno portavoce di Rutelli in Campidoglio con Roberto Giachetti capo di gabinetto, dice senza problemi: «In caso di elezioni anticipate la nostra unica soluzione sarebbe riproporre il modello Milano anche qui». E cioè un manager, un esponente della società civile con addosso il mantello, nemmeno troppo visibile, del Pd e del centrosinistra in generale. Anche la sinistra-sinistra, quella che espresse Stefano Fassina con tanto di lacerazione interna, non sembra fare salti di gioia allo scenario voto anticipato. Ipotesi che non fa impazzire nessuno per non parlare dei grillini. Anche se c'è una parte più ortodossa convinta che sia meglio chiudere con l'esperienza della giunta Raggi, prima che l'avanzare delle inchieste giudiziarie provochi ulteriori danni.
 

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