ATAC

Atac, Rota: «Azienda ormai insolvente, non pagherà gli stipendi»

Sabato 29 Luglio 2017 di Lorenzo De Cicco
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La Raggi mi ha chiesto tante volte di restare, onestamente volevo fare le vacanze senza un peso sulla coscienza», dice Bruno Rota, appena lasciato il quartier generale dell’Atac. C’è rimasto solo tre mesi e dopo avere denunciato una situazione finanziaria ormai «insostenibile», senza ottenere risposte dalla giunta grillina, torna a Milano. Lasciando nella Capitale una sfilza di accuse pensantissime contro gli esponenti M5S e soprattutto lasciando la più grande partecipata dei trasporti pubblici del Paese a un passo dal default.

Rota, Atac è in evidente crisi di liquidità. Quando finiranno i soldi in cassa? Qual è la deadline per scongiurare il mancato pagamento degli stipendi?
«Di che stiamo parlando? La deadline è già superata. Qui c’è un’azienda che l’ultima volta è riuscita a pagare gli stipendi nell’ultimo quarto d’ora. È una situazione che deve essere analizzata dal tribunale fallimentare. La quantità di decreti ingiuntivi che ha accumulato è spaventosa...».

Atac rischia l’insolvenza?
«Parlano i numeri. C’è un debito di 325 milioni soltanto con i fornitori. Lo dice l’ultimo bilancio e anche nel 2017 la cifra rimarrà la stessa. Questo fa capire che il rapporto con i fornitori è ormai deteriorato. Non si può migliorare il servizio e fare manutenzione efficace senza comprare i pezzi di ricambio».

Perché Atac non ha ancora approvato il bilancio? Il termine di legge era il 30 giugno...
«Perché non si è riusciti a conciliare il rapporto debiti-crediti con il Comune. Il Campidoglio è in debito di oltre 400 milioni di euro nei confronti dell’azienda. Molti crediti sono per aria da anni. Ma se il Comune non li riconosce non possono essere iscritti in bilancio».

Come se ne esce?
«Ho parlato alla Raggi del concordato preventivo in continuità dopo 20 giorni che ero arrivato. È la sola strada possibile. Il passaggio fondamentale adesso è presentare la richiesta al Tribunale. Serve un piano e serve qualcuno che certifichi i debiti. Ma questo piano non si può presentare così...».

Anche le sue dimissioni sono diventate un caso. L’amministratore unico scelto dal M5S, Fantasia, ha detto che si è dimesso l’altro ieri. Lei sostiene di aver lasciato una settimana fa.
«Ho rassegnato le mie dimissioni venerdì 21 luglio. Fantasia quel giorno non era in azienda, quindi avrà ricevuto la lettera all’inizio di questa settimana. Ma è stata protocollata subito, il 21 stesso. Ho detto che ero disposto a rispettare il periodo di preavviso».

Quale è il vero motivo delle dimissioni, allora, dato che sono antecedenti allo scontro pubblico con il M5S?
«Nella lettera ho scritto così: a causare le dimissioni è la gravissima situazione finanziaria e la conseguente impossibilità per Atac di essere solvibile per moltissime controparti. Una situazione che non può essere risolta senza misure finanziarie drastiche e un pieno riconoscimento di questa drammatica realtà».

Che rapporti ha avuto con la Raggi e il M5S?
«All’inizio non capivo bene di chi mi dovevo fidare, mi fidavo solo della Raggi. Poi mi è sembrato di aver capito di chi dovevo fidarmi. Però i fatti dimostrano che non ci avevo capito molto. All’inizio parlavo solo con lei, ho trovato una persona molto aperta. Non ho critiche da fare: semplicemente non ha mai formalizzato il suo sostegno».

Sul Messaggero, Raggi ha parlato del pugno di ferro contro l’inefficienza nelle partecipate romane. Avete parlato dell’assenteismo record in Atac?
«Certo, le ho detto che dovevamo intervenire seriamente sulla timbratura del cartellino da parte dei macchinisti. Per fortuna siamo riusciti ad approvare una circolare rigidissima. Nel 2015, quando era stato introdotto il badge, c’erano state proteste dure, treni bloccati, colluttazioni. Lei mi ha detto di andare dritto. Sono anche fiero di avere elaborato un regolamento degli appalti molto rigido».

Dopo le sue affermazioni sul debito, diversi esponenti grillini l’hanno attaccata. Lei ha replicato che il presidente della Commissione Trasporti, Enrico Stefano, le ha parlato di «giovani da promuovere» e di appalti.
«Io non ho fatto polemica con nessuno. Sono io ad essere stato attaccato da questo ragazzotto e ho reagito, perché non ho niente da nascondere. Non mi sposto di un centimetro da quelle affermazioni. Lui prima di rispondere ha aspettato due giorni...».

Ieri Stefano ha negato queste pressioni e ha detto che lei dovrebbe scusarsi.
«A Stefano converrebbe continuare a stare zitto, faccia silenzio. Deve piantarla lì. Perché sennò...».

Sennò? Di che appalti le avrebbe parlato?
«A me per un mese ha chiesto come mai non mi occupassi della bigliettazione. Ma lo sappiamo bene perché rompe le scatole sulla bigliettazione. La domanda dovreste farla voi: è normale che un politico tenga rapporti con società di bigliettazione?».

Ce lo dica lei.
«Guardi, si potrebbero incrociare anche alcune sue curiosissime affermazioni, per esempio sui nuovi bus a metano... Con tempistiche, diciamo, curiose».

Quali giovani avrebbe voluto promuovere il presidente M5S della Commissione Mobilità?
«I nomi sono i soliti. Ma io non ho fatto nessuna promozione e non ho allontanato nessuno, perché queste cose nelle aziende dove sono stato non succedono. Non ho mai avuto la tessera di nessun partito, ho sempre solo fatto il manager. Lo sanno tutti».

Si è pentito di essere venuto a Roma per occuparsi di Atac?
«No, non penso sia stato un errore. Era una sfida. L’ho accettata ma finisce qui».

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Ultimo aggiornamento: 22:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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