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La città è tornata a riabbracciare Sant'Antonio. L'emozione del vescovo Pompili. Foto

La città è tornata a riabbracciare Sant'Antonio. L'emozione del vescovo Pompili. Foto
di Sabrina Vecchi
4 Minuti di Lettura
Lunedì 4 Luglio 2022, 00:10

RIETI - Quaranta gradi e non sentirli. La Processione dei Ceri che accompagna sant’Antonio torna trionfante in città, alla faccia dell’afa che toglie il respiro e del Covid che rialza la testa.

 

Operai al lavoro e passerelle rosse srotolate di buon mattino su buona parte del centro storico per la festa religiosa più amata dai reatini, tornata dopo due anni di pausa a splendere con tutto il luccichio della veste del santo appuntata di ex voto. Dalle sette del mattino, come consuetudine mantenuta già dallo scorso anno, nel chiostro di Sant’Agostino - per tornare in San Francesco ci sarà ancora da attendere - distribuzione di cioccolata fondente e bollente con tanto di biscotto da inzuppare. 

La tradizione. Una tradizione antichissima tramandata nel corso dei secoli, fin dai tempi in cui erano le Clarisse di San Fabiano ad occuparsi di preparare la bevanda per dare sostanza energetica ai portatori della pesantissima statua. E il reatino, nonostante la calura, non ci rinuncia. Famiglie intere in coda nelle ore più fresche, a ridosso delle Messe del mattino, giglio in una mano e bicchiere rovente dall’altra, per onorare sant’Antonio e chiedere grazia e speranza. Nel frattempo, i coraggiosi infioratori non hanno mancato di organizzarsi, triturando instancabilmente petali e trucioli, segatura e fondi di caffè: si combatte il caldo con gazebo di fortuna e bibite fresche, perché «per sant’Antonio questo e altro», dice Francesca, china in canottiera a tracciare il profilo colorato di un calice. 

Il quartiere di Porta Conca, sempre in prima linea per rispettare la centenaria tradizione, da quando il percorso processionale è stato invertito ha più tempo per terminare i tappeti variopinti: «Non si fanno più rinfreschi veloci per i portatori, visto il Covid e il percorso ormai ultimato - spiega Nello - ma non ci siamo fatti mancare qualche spuntino e quasi duecento metri consecutivi di tappeto colorato, questo ritorno ci emoziona davvero tanto». La città si è immobilizzata fin dalle prime ore del mattino, nel silenzio dell’attesa e la pulizia della strade, la rimozione delle automobili sul percorso e la voglia di dimenticare i difficili anni da cui in un agonizzante andirivieni di contagi ci stiamo lasciando alle spalle. 

La banda di Rivodutri impeccabile con la divisa verde speranza - il cielo sa quanto ce ne sia bisogno – quella della Città di Rieti sfila con la divisa di gala col pennacchio nero e blu che svetta sul berretto, e pazienza per il disagio perché «oggi ci vuole». Una signora vestita di nero piange, esile e curva sul suo grande cero, camminando sui soli calzini: chissà che peso porta nel cuore, chissà quale speranza sta riponendo in Antonio che si erge imponente qualche centinaia di metri dopo di lei. Due turisti bresciani chiedono dov’è la piazza, si chiedono perché Rieti sia immobile, come stordita. Il barista spiega che «non si può spiegare che significa oggi». 

L'emozione. Tutto quello che non si può spiegare a parole è emozione pura, disse qualcuno. Monsignor Domenico Pompili, veste paonazza delle grandi occasioni, ha riacquistato il sorriso di sempre dopo le lacrime di sabato scorso legate al suo prossimo trasferimento a Verona. Per lui, ultima Processione dei Ceri e solito sprint a passo svelto davanti alla statua processionale. Si tira dritto senza voltarsi indietro salutando a destra e a manca, occhiolini a tutti e carezze ai bimbi, come nulla fosse. Settembre è ancora lontano, o forse è troppo vicino. In ogni caso oggi è festa, e Rieti se la gode tutta.

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