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Rieti, un giorno di viaggio per portare in salvo i suoceri dall’Ucraina

Iryna e la mamma Nina
di Raffaella Di Claudio
4 Minuti di Lettura
Giovedì 24 Marzo 2022, 00:10

RIETI - «Non credo che dimenticherò mai quello che ho visto. C’erano bambini che dormivano scalzi in mezzo ai cartoni». Matteo Mercuri, 70enne di Fara Sabina, è tornato nella sua casa di Santo Pietro, località nei pressi della frazione di Coltodino, una settimana fa. Ma quelle scene le porta impresse nella mente, dopo aver fatto sosta al centro di accoglienza di Cracovia, in Polonia, dove è andato per prendere e portare in salvo i suoceri Nina e Viacheslav, di 77 e 74 anni, genitori della moglie Iryna. Vivevano nella città di Kremenčhuk, 220mila abitanti al centro dell’Ucraina. Le bombe lì non erano ancora arrivate, ma la situazione si stava facendo pericolosa. «Mia madre - racconta Iryna - non riesce ancora a dormire la notte. Sogna di continuo il suono delle sirene e che deve preparare le valigie per scappare». «Io avrei voluto che venissero subito in Italia - aggiunge Matteo - ma loro, inizialmente, non volevano partire. Poi le cose cominciavano a peggiorare e hanno deciso di mettersi in viaggio».

Il percorso. Un percorso difficoltoso su pulmini su cui si poteva salire solo con un piccolo bagaglio per non occupare troppo spazio. «Sono partiti alle 16 e sono arrivati a Cracovia lontana 1.200 chilometri) alle 7 della mattina dopo. Per arrivare sono passati vicino a Kiev e lì hanno incontrato molte difficoltà. In Polonia hanno trovato ospitalità in un centro di accoglienza, ma non c’erano pullman diretti in Italia. Così, in fretta e furia, mi sono messo in macchina e sono andato a prenderli. Sono partito alle 18 e sono arrivato alle 16 del giorno dopo». E lì, Matteo è arrivato faccia a faccia con il dolore delle prime vittime di tutte le guerre: i bambini. «Quelle immagini dai miei occhi non si cancelleranno più - assicura il 70enne. - Bambini piccolissimi, di due anni al massimo, coperti solo da un cartone, perché avevano potuto portare con loro soltanto uno zainetto da mettere sulle gambe durante il viaggio. Anche i miei suoceri hanno dovuto lasciare tutto là: oro compreso. Hanno potuto prendere quattro soldi e una borsetta di vestiti. Entrambi sono pensionati, ma le pensioni sono rimaste congelate in Ucraina». Nina e Viacheslav hanno provato a restare. «Non volevano lasciare la loro casa, la loro vita», spiega Matteo. Per lui e per la moglie Iryna andare a Kremenčhuk, dove hanno un’abitazione per loro, era una consuetudine. «Guardi qui - dice mostrando un video girato in un parco di Kremenchuk, pieno di fiori, musica in filodiffusione e fontane. - Questo è un normale parco giochi. Tutti sono così nelle città ucraine. In Italia non esistono tali bellezze». Ci sono anche tante fotografie dei loro soggiorni. In una, Iryna e mamma Nina sorridono, come ora riescono a fare meno. «Mia moglie - prosegue Matteo - è l’unica figlia e sono contenti di averla raggiunta e di stare con lei. Però sperano di poter tornare a casa propria e che tutto possa finire presto. Non avrebbero mai immaginato di dover vivere la guerra». Ora non possono fare altro che provare a recuperare sonno e serenità. Per rinascere a primavera, come gli ulivi e le piante da frutto di Santo Pietro stanno già facendo.

L'accoglienza. Dal monitoraggio settimanale - come spiega una nota della prefettura - sono risultati presenti nei Cas 83 cittadini ucraini, mentre 330 usufruiscono di ospitalità presso privati o altre strutture (associazioni, enti religiosi e altri). Tali dati collimano con quelli della Asl relativi al rilascio degli Stp.

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