Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Fara Sabina, Maria e la famiglia nella terra dove aveva lavorato

Monastero delle Clarisse di Fara Sabina
di Raffaella Di Claudio
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 30 Marzo 2022, 00:10

RIETI - «Stiamo bene. Non ci lamentiamo». Maria ha 64 anni, sulle spalle e sul cuore il peso della sua famiglia divisa a metà dalla guerra, ma non si lamenta. È l’espressione che usa di più insieme alla parola “grazie”. Dopo alcuni giorni presso il monastero delle Clarisse di Fara Sabina, si è trasferita in una casa di Borgo Quinzio insieme alla figlia Orysia, ginecologa di 44 anni e ai nipoti Marta, programmatrice di 23 anni, Roman di 12 e Artem di 7. In una casa poco lontana dalla sua, c’è la nuora con un piccolo di 14 mesi e un ragazzo di 15 anni. Solo lei parla italiano, perché per più di 20 anni ha lavorato come badante tra Roma, Terni, Velletri e la Sabina. Nove anni li ha trascorsi a Passo Corese, dove sono nati legami forti con la famiglia di Stefania e Enzo.

La chiamata. «Appena hanno saputo della guerra mi hanno chiamato e offerto aiuto - racconta Maria. - Sono bravissimi, come la signora Nadia e la signora Rita, proprietarie delle case che ci ospitano. Non sappiamo come ringraziarli». Il marito di Maria, Roman, è rimasto a Ivano Frankivsk, vicino a Leopoli, in Ucraina, con figlio e genero. «Ci sono i ladri e mio marito ha deciso di restare per difendere la nostra casa», dice Maria che prima di partire, quando ancora i negozi erano aperti gli ha riempito la dispensa di farina, zucchero e pasta. Ha provato a restare. «Abitiamo a un chilometro dall’aeroporto bombardato il 24 febbraio - continua - e per una settimana ci siamo trasferiti in campagna, ma anche lì non era sicuro. In città era sempre più pericoloso, perché c’era il rischio di bombardamenti alle centrali chimiche ed elettriche. Così il 6 marzo abbiamo deciso di scappare. Nella mia via sono rimasti due o tre uomini e la metà degli abitanti della città sono fuggiti». Il viaggio è durato 4 giorni: da Ivano Frankivsk a Varsavia, poi Berlino, Monaco, Bologna, Roma, Passo Corese e Fara Sabina. Orysia ascolta la mamma parlare. Ha iniziato a studiare l’italiano anche lei, sperando di riuscire a riprendere in Italia il lavoro interrotto bruscamente. «È ginecologa - racconta Maria. - Per lei era una missione. Si è dovuta licenziare dalla clinica, per poter partire, ma le sue pazienti ancora la chiamano per avere consigli. Ora sta aiutando i figli. I piccoli seguono la scuola on-line fino a maggio e Marta non ha mai smesso di lavorare a distanza come programmatrice». Spera «che la guerra finisca presto, ma se vince Putin là non ci torniamo più. Nel 2022 questo non doveva succedere». E più passano i giorni più la stanchezza cresce. Ma nonna Maria va avanti. Ha paura per i suoi uomini lasciati a combattere, pur essendo consapevole che quello è il loro dovere: «Difendere la propria patria, perché nessuno può farlo al posto loro». Come lei si prende cura di figlia, nuora e nipoti. «Di me non mi importa - assicura. - Piango di notte. Di giorno, quando sto con loro, rido».

© RIPRODUZIONE RISERVATA