Amatrice, il crollo e le vittime nel terremoto: scatta il processo d’appello

Piazza Sagnotti dopo il terremoto (Archivio)
di Fabrizio Colarieti
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Venerdì 29 Aprile 2022, 00:10

RIETI - Si aprirà oggi davanti alla Corte d’Appello di Roma, il processo di secondo grado sui crolli delle due palazzine, ex Iacp poi Ater, di piazza Augusto Sagnotti, ad Amatrice, in seguito al sisma del 24 agosto 2016. In primo grado, l’8 settembre 2020, il tribunale di Rieti aveva condannato a 9 anni di carcere l’ingegner Ottaviano Boni, all’epoca direttore tecnico dell’impresa costruttrice Sogeap, a 8 anni Luigi Serafini, amministratore unico della stessa impresa, a 7 anni Franco Aleandri, allora presidente dell’Iacp, a 5 anni Maurizio Scacchi, geometra della Regione Lazio-Genio Civile, a 7 anni Corrado Tilesi, ex assessore del Comune di Amatrice. Per tutti l’accusa era di omicidio colposo plurimo, crollo colposo, disastro e lesioni.

In primo grado. Il giudice Carlo Sabatini aveva ritenuto responsabili civili per i due crolli, che causarono la morte di 19 residenti, il Comune di Amatrice, l’Ater e la Regione Lazio. Secondo le conclusioni dell’inchiesta condotta dalla Procura di Rieti (pubblico ministero Rocco Gustavo Maruotti), ribadite nelle oltre 500 pagine delle motivazioni della sentenza di primo grado, il crollo delle due palazzine è da imputare, in primis, a difetti di progettazione, come la previsione di 17 pilastri (invece dei 23 previsti nel progetto presentato a Iacp e Genio civile), tra l’altro di dimensioni insufficienti, collegati dai soli solai e in alcuni punti “asimmetrici”. 
Ma anche «a difetti di esecuzione», all’utilizzo di cemento di minore pregio e in quantità minore, di ferri con caratteristiche diverse da quelle previste nella fase di progettazione (da 10 e non da 16) e in misura minore. Così come le «reiterate omissioni» nelle procedure di verifica delle opere.

La frase incriminata. Omissioni palesi, che il giudice nella sentenza di primo grado sottolinea in rosso puntando il dito contro una frase - «mettere a posto le carte» - pronunciata anche in aula dagli imputati. «Il desiderio di ‘mettere a posto le carte’ – scrive Sabatini nelle motivazioni - per non esporre gli Enti stessi alle conseguenze delle pregresse anomalie che avevano accompagnato l’approvazione ed esecuzione delle opere, dunque per ottenere un adempimento solo apparente alle norme, a discapito della sicurezza pubblica». 
Crolli, dunque, evitabili, come conclude Sabatini di fatto sposando quanto avevano accertato i consulenti della Procura dopo aver analizzato ciò che era rimasto delle due palazzine.

Le famiglie delle vittime. I familiari delle vittime - 40 le parti civili rappresentate dall’avvocato Wania Della Vigna - ripetono, ormai da quasi sei anni, che la causa di quel disastro, che sterminò interi nuclei familiari, non va ricercata nel terremoto, che - come si legge nella stessa sentenza del Tribunale di Rieti - non fu evento «eccezionale», né ebbe «effetti eccezionali», ma nelle concause umane. «I miei assistiti – dichiara l’avvocato Della Vigna - sperano che i magistrati della Corte di Appello possano confermare la sentenza di condanna per tutti coloro che per ‘mettere a posto le carte’ in edifici costruiti con i soldi pubblici dell’Iacp, poi Ater, per evitare la responsabilità degli enti, condannati in solido con gli imputati a risarcire le vittime, non si curarono della salvaguardia della vita umana. Perché la morte dei propri congiunti poteva e doveva essere evitata».

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