Rieti, Franco Bianchi: un carabiniere per anni sempre in prima linea. E' l'uomo investito mortalmente giovedì

Franco Bianchi (Archivio)
di Massimo Cavoli
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Sabato 23 Ottobre 2021, 00:10

RIETI - È stato, Franco Bianchi, l’ex sottufficiale dell’Arma di 75 anni, morto giovedì, investito da un furgoncino di medicinali in retromarcia, all’altezza della rotatoria di via del Terminillo, uno dei carabinieri maggiormente impegnati nei periodi in cui il Reatino fu teatro di vicende legate sia al terrorismo che alla criminalità organizzata. A partire dalla scoperta, avvenuta nel 1979, a Vescovio di Torri in Sabina, del covo delle Unità Combattenti Comuniste, formazione armata di estrema sinistra nata dopo la scissione dalle Brigate Rosse. Bianchi, in quel casale seminascosto, ci giunse insieme ai colleghi del nucleo Investigativo di Rieti e della compagnia di Poggio Mirteto. La Sabina, infatti, era finita nel mirino dopo il caso Moro e c’era il sospetto che lo statista fosse stato inizialmente tenuto prigioniero in un casello abbandonato della ferrovia Roma Firenze. «Trovammo una pistola calibro 7,65 - ricordava - e notai mezzo secchio di olio detergente, usato per pulire le armi. Possibile che tutto quell’olio servisse solo per quella? Interrogando alcuni vicini, seppi così che alcune persone salivano spesso sul tetto e decidemmo di ispezionarlo, trovando due serbatoi, di cui uno mimetizzato dall’edera e protetto da un nido di vespe, e fu proprio al suo interno che, dopo aver rimosso quella sorta di protezione, scoprimmo un arsenale di armi, insieme a documenti delle Unità Combattenti Comuniste e alle istruzioni per confezionare esplosivi. Era un deposito, dove le pistole venivano prelevate quando servivano per essere usate in qualche azione e, dopo essere state pulite e oliate, rimesse a posto». Seguirono decine di arresti e le Ucc furono smantellate.

La testimonianza
Periodi di grandi tensioni, che il carabiniere visse anche quando arrestò alla Pirelli di Tivoli Sergio Calore, terrorista dei Nar, coinvolto nell’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Giovanni Canzio sul tentativo di ricostituzione del disciolto partito fascista. Calore, condannato all’ergastolo per altri episodi e poi diventato uno dei grandi pentiti di destra (misteriosamente assassinato nel 2010 a Guidonia), fu bloccato da Bianchi e dai suoi colleghi e trasferito nel carcere di Santa Scolastica. Ma del sottufficiale si ricorda anche l’abilità nel trattare la resa di uno dei sequestratori di Anna Bulgari e del figlio Giorgio Calissoni, il sardo Claudio Cadinu, barricatosi nell’inverno del 1984, insieme alla moglie e due bambini, dentro un residence al Terminillo, dove i carabinieri l’avevano intercettato: «Mi spacciai per il comandante e, insieme al capitano Piacentini, gli assicurai che la donna e i ragazzini non avrebbero subito conseguenze. Non fu facile convincerlo, ma alla fine mi passò la pistola attraverso la finestrella del terrazzino e si arrese». Ricordi di una vita professionale intensa, iniziata nella squadra di polizia giudiziaria e poi proseguita nel reparto Operativo, con il comando di una stazione nel Viterbese, e conclusa ai Nas di Pescara. La salma di Franco Bianchi, per decisione della procura, resterà bloccata fino a lunedì in attesa della decisione sull’eventuale autopsia.

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