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Rieti, Farmacia Petrini, una lunga storia che iniziò con la licenza nel ‘700

La farmacia
di Luigi Ricci
4 Minuti di Lettura
Sabato 25 Giugno 2022, 00:10

RIETI - La storia della più antica farmacia di Rieti affonda le radici alla fine del ‘700, quando lo Stato Pontificio concesse la licenza per l’esercizio dell’arte “aromataria” - che consentiva il commercio di spezie, vini aromatici e anche di farmaci - mostrata in cornice da Giovanni Petrini, detto “Gianni”, discendente di una famiglia dedita da 150 anni all’attività farmaceutica.

Dall'Unità d'Italia. «Quella bottega, dove alle origini si vendevano e creavano medicine e si svolgeva attività protomedica di primo intervento, era divenuta, nel secolo, una farmacia vera e propria e si trovava in via Garibaldi, all’angolo di via Tancredi, dove una volta c’era una tabaccheria. L’attività fu rilevata nel 1865 e trasferita in via Roma, dove risiede tutt’ora, da Lodovico Petrini che sarebbe stato il secondo sindaco della storia di Rieti, dal 1870 al 1877», spiega Gianni davanti alla cornice che espone il primo stemma originale del Comune di Rieti. Da allora dietro al bancone c’è sempre stato uno della famiglia. Gli ultimi sono stati Gianni, ritiratosi dall’attività pochi mesi fa cedendo l’azienda a terzi e, prima di lui, il popolarissimo padre, Ludovico, competentissimo e impeccabile professionista che, nonostante un mestiere da considerarsi molto tranquillo e noioso, seppe ravvivare la propria vita extraprofessionale. «Mio padre era un talento precoce - ricorda Gianni - si laureò a 21 anni, nel 1951, e senza dubbio l’aver vissuto da nostri parenti a Roma, nei pressi di via Veneto, gli permise non solo di testimoniare ma anche di vivere in prima persona la leggendaria epoca della “dolce vita”». Dotato di indubbio fascino, Ludovico Petrini, malgrado le forti “distrazioni”, ottenne la qualifica di farmacista e svolse puntualmente la professione senza rinunciare ai piaceri di frequentare un mondo di alto livello tra locali e luoghi dell’alta società. Sfortunatamente Gianni - che nel frattempo ha fondato con altri l’Associazione Promozione Arte, di cui gestisce la sede in via Cerroni, dove si espongono e scambiano oggetti d’arte varia, modernariato, e dove vengono promosse mostre e altre iniziative culturali - non ritrova la copertina di un numero speciale di Panorama dedicato una decina di anni fa alle storiche estati italiane degli anni ‘50 e ‘60, che in primo piano mostrava una splendida ragazza in bicicletta, dietro la quale, seppur casualmente, c’era Ludovico Petrini: «Era a Forte dei Marmi - racconta Gianni - una delle tante località da lui frequentate come Portofino, Parigi, Saint Moritz, il Café de Paris a Roma e via dicendo. Luoghi dove si incontrava gente famosissima e nei quali bisognava saper stare e comportarsi. Non a caso mio padre, oltre a essere senza dubbio un uomo di mondo, ha saputo trasferire lo stesso garbo, stile ed educazione anche in campo professionale, lasciando un ottimo ricordo di sé tra la sua clientela». Dal 1992, Gianni ha affiancato nella storica farmacia il padre: «Un personaggio unico, speciale - ricorda. - Una volta a Roma ero con lui quando tornò dopo molto tempo in un noto locale: appena entrato fu accolto da un’ovazione. Offrì da bere a tutti e si mise al pianoforte a cantare una canzone».

La cinquina. «Potrei raccontare decine di aneddoti sugli anni ruggenti di Ludovico - ricorda uno dei suoi più cari amici. - Tra quelli più emblematici che amava ricordare c’è il seguente. Bisogna premettere che quello stile di vita - tra Roma, riviera ligure, Montecarlo e così via - era molto dispendioso e tra una peripezia e l’altra poteva capitare di trovarsi in temporanea mancanza di liquidità, da cui però Ludovico sapeva sempre districarsi brillantemente, come quella volta a Capri dove, dopo aver giocato e vinto una ricchissima cinquina al lotto, consegnò il tagliando a una persona cui doveva una somma e ripartì col traghetto. Non chiedetemi però l’importo. Oppure potrei raccontare quando a via Veneto incrociò nientemeno che Anna Magnani la quale vedendolo esclamò affascinata: «A more’ ‘ndo vai?».

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