Non aiutarono il pentito della mafia:
liberati i due carabinieri che erano
in servizio alla caserma di Rieti

Non aiutarono il pentito della mafia: liberati i due carabinieri che erano in servizio alla caserma di Rieti
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Martedì 25 Luglio 2017, 14:43 - Ultimo aggiornamento: 20:20

RIETI - Ordinanza annullata e rimessi in libertà, perché non ricorrevano gli estremi per la custodia cautelare. L’ha deciso il tribunale del Riesame di Roma, accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato difensore Alberto Patarini, in merito ai due carabinieri in servizio presso il comando provinciale di Rieti, finiti agli arresti domiciliari per disposizione del gip su richiesta del pm romano Maurizio Arcuri, perché accusati di aver favorito un pentito di mafia, affidato alla loro protezione, accedendo abusivamente al sistema informatico.

I militari, Enrico Abbina e Domenico Tagliente, pur tornando liberi, sono stati però sospesi dal servizio per dodici mesi, mentre un terzo carabiniere per il quale non era stato disposto l’arresto, è già stato trasferito ad un’altra destinazione. Il pentito, Carmelo Bisognano, siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto, era finito invece direttamente in carcere, a Rebibbia. Secondo l’indagine, i tre uomini dell’Arma assegnati alla protezione del boss, avevano consultato più volte il sistema informatico per identificare, attraverso le targhe delle auto, chi frequentava l’ex compagna di Bisognano e, in particolare, la loro figlia.

Accessi per i quali i carabinieri non hanno conseguito alcun vantaggio personale, sostenendo di aver agito, come prevede il regolamento, per ragioni legate alla sicurezza del collaboratore di giustizia chiamato, periodicamente, a recarsi in Sicilia per partecipare ai processi.


L’indagine era stata avviata oltre un anno fa dalla procura antimafia di Messina che aveva indagato a piede libero i militari, accusati di avere con il pentito «un comportamebnto troppo confidenziale», trasmettendo poi il fascicolo alla procura di Rieti per competenza, in quanto è nel capoluogo sabino che viveva sotto scorta il boss di Barcellona Pozzo di Gotto. Da Rieti, le carte avevano preso rapidamente la strada per Roma dove era stato disposto l’arresto, ora annullato.
 

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