Amatrice, ricostruzione: «Non
abbattete la mia casa in ferro»

Amatrice
di Sabrina Vecchi
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Martedì 21 Novembre 2017, 07:23 - Ultimo aggiornamento: 13:52

RIETI - «A 11 andavo già a bottega, a 17 mi sono messo in proprio». Alberto Tilesi, 83 anni, ha i calli alle mani per aver trascorso una vita intera «con il martello in mano». Faceva il fabbro ad Amatrice, ed il ferro è certamente il materiale che gli è più congeniale, tanto da costruirci una casa intera, col ferro. Persona semplice ma forte del proprio ingegno e consapevole del forte rischio sismico della zona, ha finalizzato tutta la sua arte nella costruzione di un edificio che salvasse le vite dei suoi familiari in caso di terremoto. Balconi tutt'intorno per proteggere le teste dalla caduta tegole, soffitto in lamiera elettrosaldata coperta da doghettato che in caso di distacco ferisce solo lievemente, sono solo alcune delle sue trovate per costruire una casa a prova di sisma. La scala interna in marmo invece, la fece per mantenere la promessa fatta da fidanzati alla sua Elena, ma quella è un'altra storia.

UN EDIFICIO DEL 1966
Lo sterrato in via Costanzo Angelini - già via Castore e Polluce - a una manciata di passi dall'Hotel Roma, fu fatto nel lontano 1966: «l'ho costruita tutta da solo, per cui ne facevo un pezzetto alla volta, man mano che accumulavo un po' di risparmi». Una struttura interamente fatta di ferro, inclusi i solai, un lavoro artigianale e meticoloso durato anni. In quella casa, la notte del 24 agosto 2016 ci dormiva l'intera famiglia di Alberto, la moglie e i due figli Silvio e Romeo, tutti illesi. La voce è ancora rotta dall'emozione di essere usciti vivi da quell'inferno: «non abbiamo fatto neppure un giorno di ospedale, ricordo che abbiamo percorso scalzi e al buio il corridoio cosparso di vetri dei quadri rotti e incredibilmente non ci siamo neppure tagliati. L'Hotel Roma si era abbassato di un piano, è stato mio figlio a tirare fuori uno dei proprietari».

«NON SARA' MAI DISTRUTTA»
Erano 38 anni che la famiglia Tilesi abitava in quella casa, danneggiata solo nelle tamponature esterne e in qualche colonna: «danni facilmente riparabili», a detta del fabbro, ora residente con la moglie in una delle casette di San Cipriano dopo circa un anno trascorso in hotel a San Benedetto del Tronto. Per la sua «casa di ferro» è arrivata l'ora della demolizione decretata dallo staff di tecnici preposti, gli hanno detto del Comune, ma Alberto non ci sta. Convinto dell'assoluta stabilità e sicurezza della struttura costruita con le sue mani a colpi di martello, vuole assoldare altri tecnici e impiegare tutte le sue ultime forze per dimostrare che quella struttura non verrebbe mai giù.
«La notte non dormo per pensare a come sistemare i danni, ho ancora un po' di tempo davanti e mi batterò perché io non possa ricordare la demolizione della mia casa, perché il ferro non crolla». E neppure il suo spirito e la sua tempra, provati ma stabili: inevitabilmente anch'essi, di ferro.

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